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La luce del passato illumina la condizione umana e rivela la banalità del male…

1553126_893061684061927_1942973056654461518_oOgni anno, il 27 gennaio, molti di noi si fermano, almeno un momento. E provano a ricordare, forse sinceramente anche a com-patire, trovare un senso alla nostra esistenza (nel coesistere) anche dopo giorni che hanno eclissato il senso comune della nostra umanità.

Almeno alcune volte durante l’anno, alcuni di noi scelgono anche di immergere (lontano da ogni “ricorrenza formale”) la propria anima nelle rappresentazioni artistiche e specialmente nelle pellicole cinematografiche più capaci di sfiorare il non-senso di quella tragedia che ha reso il Novecento punto di non-ritorno e l’Europa una identità comune necessariamente da ri-definire.

Ogni giorno, nel rispetto dei milioni di morti, ebrei e non, pochissimi provano perfino a (ri)scoprire la propria identità di uomini nella quotidiana diabolica tentazione di annichilire l’altro, nella consapevolezza che dentro ognuno di noi c’è il bene ed il male e che questo ha segnato la Storia non una ma più volte – per esempio direi anche nel genocidio di 70-80 milioni di indiani d’America nel XVI secolo, per il quale troppo poco esercitiamo la Memoria – e ci tenta anche nella indifferenza ai conflitti che in varie parti del mondo sono anche oggi animati da programmatici genocidi di etnie avverse… e forse anche verso quegli altri, indifferenziati, che sono uomini migranti…

Oggi esercitiamo doverosamente la memoria per non dimenticare l’Olocausto, tragedia di ogni uomo perché Manifesto della banalità del male – per dirla con Hannah Arendt – cui tutti rischiamo di soggiacere.

Ma questo esercizio impone anche il quotidiano sforzo di resistere sin da domani alle nuove forme attraverso cui la nostra colpevole indifferenza offende la memoria di ogni lezione della Storia, dalla quale dovremmo anzitutto imparare a non rinunciare mai alla nostra piena dignità di esseri umani

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