Homoweb

sabato 25 ottobre 2008

Nei prossimi giorni 29 e 30 novembre, si svolgerà a Napoli presso la "Casa S. Ignazio", in viale S. Ignazio di Loyola 51,un convegno della Gioventù Federalista Europea. Il programma prevede una prima giornata di lavori nel corso della quale, a partire dalle ore 9, si dibatterà sul processo costituente dell'unità europea, particolarmente interrogandosi sul come portarlo a compimento; in tale prospettiva, l'orizzonte predefinito del dibattito oscilla tra due poli che rappresentano le alternative operative entro le quali, comunque, si realizza un compiuto processo costituente europeo: quello della Assemblea costituente eletta dal popolo europeo e quello del processo di codecisione costituente realizzato congiuntamente da rappresentanti del popolo europeo e rappresentanti dei singoli stati nazionali dell'Unione europea.

Il secondo giorno, sembra volersi assumere una prospettiva di indagine che tende auspicabilmente a coniugare i temi della politica e della economia con quelli del dominio della tecnica e del progresso, in nome di un principio di responsabilità che, solo, è in grado di portare a compimento il senso più autentico del libero agire di ogni uomo. In tale chiave, ci si pone la domanda su come superare il divario tra conoscenze scientifiche che crescono senza intravederne un limite ultimo e condizione umana ancorata a limiti sempre più evidenti nella società globalizzata. E' in questo ambito che il tema dello sfruttamento delle risorse naturali in relazione alla crisi alimentare impone a ciascuno, e anzitutto ai governanti che devono ri-conoscere e perseguire un bene comune per l'appunto sempre più globalizzato, che varca persino i confini dell'attuale generazione per considerare positivamente i diritti delle stesse generazioni future, di ricercare percorsi in cui la crescita delle conoscenze scientifiche si coniughi con un miglioramento delle condizioni umane.


Programma dei lavori


Sabato 29 Novembre 2008

9h00: Saluti

9h30: Apertura dei lavori - Andrea Pierucci

Come portare a conclusione il processo costituente dell'unità europea: Assemblea costituente eletta dal popolo europeo o codecisione costituente tra i rappresentanti del popolo europeo e degli Stati nazionali?

Pier Virgilio Dastoli, Biagio de Giovanni, Lucio Levi, Tommaso Padoa-Schioppa*, Relatore GFE

Domenica 30 Novembre 2008

Dallo sfruttamento delle risorse naturali alla crisi alimentare: come colmare il divario tra conoscenze scientifiche e miglioramento della condizione umana?

Marcello Buiatti, Alfonso Sabatino, Relatore GFE*

*in attesa di conferma

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lunedì 5 maggio 2008

Si comincia!

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mercoledì 23 aprile 2008

Breve riflessione sul significato unificante della Liberazione alla fine del secolo breve, tra l’89 e il Trattato per la Costituzione europea,in occas

Breve riflessione sul significato unificante della Liberazione alla fine del secolo breve, tra l’89 e il Trattato per la Costituzione europea, in occasione del suo 63° anniversario

Il prossimo 25 Aprile si celebra il 63° anniversario della liberazione dell’Italia.

E’ mio desiderio ri-chiamare tale evento nella forma di alcune riflessioni e della pubblicazione di un documento di Ondina Peteani, cortesemente offertomi dal figlio Gianni a nome del Comitato permanente Ondina Peteani, che individua nella resistenza l’unica forma di radicale contrasto ad ogni forma di razzismo, discriminazione e prevaricazione razziale, sociale, culturale e religiosa.

La premessa è che la memoria storica di un Diogene cibernetico si colloca nella consueta prospettiva, che geneticamente gli appartiene, quella di una comunità (on line), in una prospettiva di ricerca della identità umana. In questo orizzonte, poiché tutti gli attori della Storia sono uomini, la nostra riflessione assume anzitutto che l’insegnamento della Storia può e dovrebbe essere rivolto tanto ai vinti che ai vincitori.

Tale osservazione è tanto più vera ove si abbia presente la elementare considerazione che ogni forma di contrapposizione tra comunità umane, sia essa su base nazionale, etnica, religiosa o quanto altro, espone anzitutto ciascun individuo ad essere contrapposto in una lotta tragicamente fratricida alle persone più care, com’è accaduto esemplarmente proprio nel caso della guerra civile di liberazione dell’Italia.

Ma c’è di più, il “giuoco della Storia”, del quale le successive generazioni sono tutte protagoniste, evidenzia una regola fondamentale: nessun vincitore rimane tale in eterno così come nessun vinto è chiamato a rassegnarsi a non indossare mai le vesti del vincitore. Questa è forse la più grande lezione della storia, legata com’è alla comune umanità di ogni suo “partecipante” che, proprio per tale carattere, conosce tutte le debolezze della propria condizione umana.

In questa prospettiva, nella quale si collocano più generalmente anche tutte le fasi di disintegrazione e integrazione delle comunità umane, basta oggi richiamare quanto osservato da Eric Hobsbawm già agli inizi degli anni novanta del secolo scorso. L’illustre storico individuava infatti tra le tendenze che hanno caratterizzato “il secolo breve”[1] il carattere sempre più unitario del mondo e quindi con esso dell’approccio con cui leggerne la storia.

Il nuovo contesto internazionale, dopo la caduta del muro di Berlino, con la progressiva disintegrazione delle barriere tra Est ed Ovest, offriva all’Europa l’opportunità di “riconquistare sé stessa”, di ri-unificare territori e ri-chiamare alle comuni matrici culturali, storiche e in gran parte religiose intere popolazioni sulla cui pelle era stata provata la terribile drammaticità della contrapposizione concettuale tra le categorie fondanti della politica espresse nella lucida teoria di Carl Schmitt: amico-nemico.

Con la approvazione del progetto di Costituzione europea nell’ottobre 2004, e pure con le difficoltà segnalate dall’esito negativo delle consultazioni referendarie in Francia e Olanda, propedeutiche alla ratifica del trattato da parte di quei paesi, le prospettive aperte dalla fondazione di una comunità del carbone e dell’acciaio, si sono avviate a trovare piena concretizzazione, giacché, ove portata a compiuta realizzazione, questa ulteriore tappa “costituente” segnerebbe il (quasi) definitivo abbandono di una (mera) logica di cooperazione economica-intergovernativa a vantaggio di una (sempre più) piena integrazione politica.

La scommessa della CECA e poi della CEE e dell’EURATOM aveva realisticamente inteso affrontare il disastroso esito di una guerra che, lungi dal soddisfare la volontà di potenza nazionale, aveva invece condotto alla fine dell’eurocentrismo, proponendo uno di quei cambi di ruolo previsti nelle regole del “giuoco della Storia” di cui si diceva. Lo aveva fatto anzitutto sottraendo alla logica della contrapposizione franco-tedesca le risorse economiche della Ruhr e della Saar che già nel 1870 portavano in sé i più pericolosi germi del conflitto.

C’è un altro filo unificante che accomuna i destini degli uomini europei ben più risalente nel tempo. Prima ancora di perdere la forza e la brutalità legata alle rispettive connotazioni ideologiche, la contrapposizione fra capitalismo e socialismo, uno dei caratteri salienti del Novecento individuati da Hobsbawm, aveva determinato una sorta di guerra civile ideologica, con una opposizione tra forze fasciste ed antifasciste interna a ogni società e l’alleanza in entrambi i fronti con i nemici del proprio paese, più (e ancor prima) che una lotta tra stati; allo stesso tempo essa aveva in qualche modo trovato una forma espressiva degenerata comune nei regimi totalitari.

In tale direzione, la drammatica esperienza del totalitarismo ha lasciato dietro di sé un potenziale per così dire di unificazione della umanità europea, nel senso che, se vogliamo, rende a quest’ultima la capacità di condividere gli insegnamenti della(e) Storia(e) nazionale(i) europea(e) recente(i). Questo non può essere negato se solo si pensa che esso rappresenta la più profonda degenerazione delle forme di governo che rinviene il suo principio d’azione, come insegna Hannah Arendt nel fondamentale studio sulle origini del totalitarismo[2], nella logicità del pensiero ideologico, e che in quanto tale trova espressione nel nazionalsocialismo e nello stalinismo. In un caso e nell’altro, principale novità dell’esperienza totalitaria rispetto a qualsiasi precedente forma di regime dittatoriale, si registra la trasformazione delle classi in masse e l’organizzazione delle stesse attraverso l’imposizione di un’ideologia, a destra come a sinistra, che identifica le idee del regime con l’inarrestabile corso della natura o con la Storia.

Contro il totalitarismo, frutto della estraniazione sociale connessa allo sradicamento e alla superfluità, contro la sensazione di non avere un posto che gli altri riconoscano e garantiscano ed insieme di non appartenere al mondo, che fondano l’insofferenza per la sfera pubblica e conseguentemente l’isolamento politico, si tratta di ri-abilitare il senso della politica[3], dell’agire politicamente, affermando la necessità dell’uomo di riscoprire la propria natura di zoon politikon, formulata già da Aristotele e caratterizzante la concezione dell’agire nell’ambito della polis greca.

In questo contesto trova una sua collocazione anche la riflessione sulle basi della nuova concezione della donna agli albori della Resistenza. Questa esprime, se possibile al di là dei valori storicamente collocati nel contesto sin qui descritto, la lotta per una liberazione che oltrepassa gli “angusti confini” di una umanità annichilita da Auschwitz come dai gulag sovietici e diviene “autenticamente politica e unificante”, per il naturale ruolo di generatrice e madre che fa della donna la custode di ogni vita e per ciò il ventre della stessa pari dignità di tutti gli uomini. Tale lotta, che nella eroica esperienza partigiana di Ondina Peteani - deportata Auschwitz n. 81672 - è insieme bisogno di libertà e lotta per la liberazione nazionale dal regime nazifascista, rappresenta infatti la scintilla che “innescò in Italia la rivalutazione delle relegate potenzialità della donna” quale trova vivida ed efficace testimonianza nelle riflessioni che seguono e sono tratte dal memoriale della Peteani.

Massimo Asero

Note di Ondina Peteani per una conferenza sul significato della Resistenza redatte

in prossimità della Festa della Liberazione del 1990

20 aprile 1990 - Ondina Peteani - prima staffetta partigiana d'Italia, deportata AUSCHWITZ n. 81672

L'espressione del contributo della Donna alla Lotta di Liberazione rappresenta ancora oggi l'affermazione delle paritetiche potenzialità dell'Universo Femminile.

La storia di quelle giornate eroiche determinò l'inderogabile cognizione della nuova collocazione che la Donna, con sacrifici inimmaginabili aveva finalmente guadagnato. Il martirio socio-culturale imposto dal regime fascista durante tutti i vent'anni di dittatura accentuò in noi giovani l'irrefrenabile bisogno di Libertà. La negazione di una Cultura Libera e Democratica e l'imposizione di una ferrea censura indusse schiere di giovani ad acuire la curiosità e l'interesse in direzione di una sostanziale sete di Sapere. L'aver imbavagliato la Libertà di Conoscenza si tradusse infatti in uno degli stimoli contrapposti più intensi per la creazione spontanea dei primi gruppi di dibattito, di contrasto e poi d'azione, contro un Governo reo fra l'altro dell'applicazione delle aberranti Leggi Razziali del 1938, tese nell'apocalittico progetto comune al Reich Hitleriano della Germania Nazista. Così ci schierammo. Decidemmo da che parte stare. Oltre ad un ideale forte e coeso anche il versante emotivo ebbe un ruolo inconsapevolmente determinante. Eravamo straordinariamente felici. Un rigoglioso altruismo ci univa e ci rafforzava nella consapevolezza ben più matura della nostra giovane età, portandoci con convinta determinazione alla soglia di scelte di sacrificio troppo spesso fra la Vita e la Morte. Fronte operaio, povero di mezzi ma ricco di un entusiasmo vincente, puro ed orgoglioso. Nessuna di noi, come nessuno dei nostri giovani temerari compagni di Lotta poteva immaginare quale livello di scontro fossimo prossimi ad affrontare. Assolutamente inimmaginabile fu l'orrore in cui milioni di bambini, donne, anziani e uomini sarebbero stati trascinati dalla degenerazione della Ragione partorita dalla lucida follia della Soluzione Finale che trova oggi in AUSCHWITZ il terrificante simbolo di un passato che ha profondamente segnato e mutato il corso della Storia. Resistenza. Resistenza: sinonimo dell'ostinata Forza della Libertà all'apice della motivazione primaria dell'oppresso contro il suo oppressore. Resistere fu il verbo che ci permise di affrontare un nemico forte della più organizzata e potente macchina bellica mai concepita. E mentre Wermacht ed SS, in sanguinaria collaborazione con il fascismo locale sbranavano villaggi interi, trucidando, torturando, impiccando civili innocenti, le nostre piccole formazioni eran divenute Brigate, Battaglioni. Quasi dei reggimenti con giovani e giovanissimi animati da un unico ideale: LIBERTÀ. Queste formazioni perlopiù di giovani, affamati, con equipaggiamenti raffazzonati, il più delle volte guadagnati a caro prezzo sul campo, spesso con stracci al posto delle calzature e zero esperienza di tattica di guerriglia, imposero altresì la nuova realtà anche nello scacchiere dell'Italia nord-orientale. I primi significativi risultati quali il sabotaggio dei velivoli all'aeroporto e l'eroica Battaglia di Gorizia a cui ebbi l'onore di partecipare, rafforzarono nelle nostre genti la speranza e talvolta la convinzione di poter sconfiggere il nemico e riguadagnare l'agognata Libertà. Sul terreno il consenso verso di noi crebbe ed anche se pesantemente ostacolato da delazioni (risultato di un capillare apparato spionistico installato e diffuso dal nemico propriamente per sconfiggerci) le nostre Brigate crebbero, aumentando di unità, spiegamento di mezzi e potenza di fuoco. La Lotta Partigiana crebbe d'intensità e le iniziali nostre numerose, rocambolesche fughe lasciarono spazio a precisi e tattici assalti ai quali il nemico dovette soltanto arrendersi. Personalmente non vissi la gioia della Liberazione. Mi trovavo in quei giorni, assieme ad una babele di relitti umani, a più di mille chilometri di distanza, in ciò che rimaneva dell'Europa messa a ferro e fuoco. Ero sopravvissuta ad AUSCHWITZ e Ravensbruck. Ma irrimediabilmente provata nel fisico e brutalizzata nella mente. Né più né meno di tutti i reduci da quell'orrore d'Inferno.

Spesso mi chiedo come personalmente ne sia uscita viva. La ragione puntualmente mi porta l'unica risposta possibile: Resistenza! Resistenza contro l'aggressore nazifascista. Resistenza in Cantiere e in Fabbrica. Resistenza di casa in casa.

Resistenza mentre le pallottole fischiavano sopra la testa. Resistenza sotto interrogatorio. Resistenza in Carcere.

Resistenza davanti ai miei aguzzini al comando SS di Piazza Oberdan a Trieste dove venni segregata. Resistenza mentre mi si tatuava il numero 81672 sul braccio. Resistenza contro la perdita di dignità e l'annientamento di umanità. Resistenza contro una fame demoniaca. Resistenza al latrare di cani aizzatici contro. Resistenza al sottile desiderio di lanciarsi contro il filo spinato ad alta tensione per farla finita. Resistenza contro le bastonate e le frustate inferte dai nostri carnefici.

Resistenza contro uomini fregiati dalla svastica che di umano non avevano ormai nulla.

Resistenza per resistere ad AUSCHWITZ stesso.

Contro ogni forma di razzismo, contro qualsiasi discriminazione e prevaricazione razziale, sociale, culturale e religiosa

Ostinatamente, Ora e Sempre: Resistenza!



[1] E. J. Hobsbawm, Il secolo breve. 1914-1991, tr. it., Milano 1995

[2] H. Arendt, Le origini del totalitarismo, tr. It., Milano 1989

[3] Non è un caso che la riflessione filosofica del Novecento si caratterizzi per una crescente attenzione dedicata ai problemi dell’agire umano, con riferimento tanto alla vita individuale che all’appartenenza ad una comunità civile ed alla costituzione di una comunità politica. Protagonista di un tale rinnovato interesse per la filosofia pratica può considerarsi in particolare l’area culturale di lingua tedesca nella quale ha origine proprio in quegli anni un vivace e complesso movimento denominato “Rehabilitierung der praktischen Philosophie”. Per una ricostruzione di tale dibattito in relazione alla crisi del modello di razionalità moderna, mi si consenta di rinviare a: M. Asero, La Riabilitazione della filosofia pratica tra moderno e postmoderno. Un possibile itinerario tra la tradizione della filosofia pratica e il neoaristotelismo di Hannah Arendt, in B. Montanari (a cura di), Spicchi di Novecento, Torino 1998, pagg. 349-388.

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domenica 30 marzo 2008

30/03/2008 - Comunicazione tecnica del webmaster

Annunciamo con piacere la migrazione della piattaforma blog di www.homoweb.it su server di Blogger (by Google). La migrazione si è resa necessaria a seguito dei frequenti malfunzionamenti della precedente piattaforma nell'inserimento di commenti da parte di utenti non registrati.
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Il webmaster
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15/03/2008 - Meglio che muoiano gli innocenti di turno...? Brevi considerazioni "a la Caifa" a margine della repressione cinese in Tibet...

"E' meglio che muoia un innocente piuttosto che perisca l'intera nazione" rappresenta la sintesi più efficace della strutturale contrapposizione tra politica e diritto, oltre che tra politica e religione, nella specie cristiana.

Le note parole, pronunciate dal sommo sacerdote Caifa e che sembrano volere sottolineare l'ineluttabilità della condanna di Cristo per il bene comune della Nazione, definiscono la libera scelta dell'uomo, preludio alla scelta collettiva per l'assassino Barabba, e recano in sè la responsabilità di tale scelta: condannare l'Innocente, Colui che non ha trasgredito alcuna norma o Comandamento per il superiore rilievo attribuito ad una giustizia politica fondata su un relativismo più o meno democratico.

La possibilità di informare le decisioni che riguardano il nostro agire, tanto individuale che collettivo, ad un criterio che legittima il sacrificio dell'innocente per conseguire il (presunto) interesse economico e/o politico è generalmente messa al bando dalla coscienza individuale e collettiva contemporanea, che pure ha pagato nei secoli un altissimo prezzo per giungere progressivamente ad affermare che il riconoscimento del valore fondativo, e per così dire minimo, della tutela dell'innocente è essenziale alla costruzione di qualsiasi antropologia giuridica e politica, oltre evidentemente che di ogni antropologia cristiana.

Tra il dire e il fare, tuttavia, c'è ancora una volta... la libertà dell'uomo, dono irrinunciabile per affermare la nostra irripetibile individualità pure tra tanti altri uomini come noi, eppure anche assai spesso considerata, tanto nella vita individuale come in quella politica, assai più come un peso che come un privilegio, come ricorda con impareggiabile efficacia il Dostoevskji dei Fratelli Karamazov.

E' ad ogni modo un fatto che la cosiddetta questione birmana, ieri, come quella tibetana oggi, rappresentino esemplarmente una conferma di tale disagio, tal che parrebbe essere inscritto nel codice genetico dell'uomo di riuscire a conoscere e fare ad un tempo il bene solo al prezzo di rinunciare alla propria libertà.

La insufficiente, se pur non scarsa, determinazione del mondo politico internazionale rispetto ai comportamenti posti in essere alcuni mesi or sono nel Myanmar, la ex Birmania, ad opera del regime militare e contro le manifestazioni pacifiche dei monaci buddisti, e delle centinaia di civili che li hanno seguiti, ha permesso che il veto cinese e russo alla proposta di sanzioni delle Nazioni Unite contro il regime di Rangoon privasse di ogni efficacia l'eroico manifestare dei pacifisti, presto trasformati in mere vittime della violenza repressiva dei militari, e sancisse un altro atto di misconoscimento di quel fondamento minimo necessario ad ogni antropologia che è la tutela dell'innocente.

Sul piano politico, come è noto, il tema dei diritti umani sconta una contraddizione strutturale che ne rende il riconoscimento giuridico, in formulazioni eleganti e teoricamente financo ineccepibili, un elemento meramente formale. E' quanto ha presente già K. Jaspers (L'inaffidabilità dei diritti dell'uomo, in K. Jaspers, Verità e verifica. Filosofare per la prassi, trad. it., Brescia 1986) e che oggi ribadiamo mutatis mutandis: nonostante la caduta del muro, i diritti umani valgono ancora oggi solo per quei cittadini il cui Stato abbia preso l'impegno di rispettarli; ovvero quasi un gioco di parole per fare uscire dalla finestra ciò che era entrato dalla porta: non si tratta di diritti umani ma solo di diritti umani di certi (dei) cittadini, appunto quelli il cui Stato li ha riconosciuti.

I diritti sono "umani", in altre parole, finchè non si tratti di farli valere contro lo Stato. In tale ultimo e malaugurato caso, i diritti possono ritrovare, per così dire, la loro smarrita "umanità" solo se lo Stato che non voglia riconoscerli non abbia legami tali da "guadagnarsi" un veto in sede ONU e quindi debba preoccuparsi della adozione di decisioni sanzionatorie o tanto peggio correre il rischio o la minaccia di azioni decise o legittimate in seno alla organizzazione mondiale delle nazioni.

Il caso del Myanmar è ancora emblematico: c'è qualcuno che possa revocare in dubbio il fatto che la ragione del veto cinese e russo contro le sanzioni fosse esclusivamente di origine economica e si sostanziasse negli stretti rapporti di quei paesi con il regimedi Rangoon?

A distanza di alcuni mesi, è di questi giorni l'avvio di una serie di manifestazioni a sostegno della causa autonomista in Tibet, regione che da decenni è sottoposta al controllo militare cinese, con grande sofferenza della popolazione locale e dei monaci buddisti - il cui capo spirituale è da lungo tempo costretto all'esilio. La comunità internazionale si trova così a dover prendere posizione di fronte a un nuovo episodio di repressione da parte delle autorità cinesi proprio quando le ragioni della politica e della economia avevano indotto, alcuni giorni addietro, il Presidente degli gli Stati Uniti G. Bush a togliere la Cina dalla lista dei dieci paesi che più compiono violazioni dei diritti umani...

Sarà stato anche questo frutto di amore per la verità o solo di realismo politico e della considerazione che la Cina è un partner commerciale indispensabile all'economia americana impantanata nelle sabbie mobili della recessione? E quale peso avrà su questa vicenda, con l'ultimatum dato ai manifestanti di arrendersi entro lunedì prossimo, il fatto che tra pochi mesi proprio in Cina si svolgeranno i giochi olimpici?

Certo è che il realismo politico americano come anche europeo, quello "a la Caifa" per intenderci, non può fare a meno di considerare che il crescente coinvolgimento del colosso asiatico nei rapporti commerciali internazionali e nei meccanismi del libero mercato reca con sè i germi del progressivo riconoscimento dei diritti... - in fondo anche il processo di unificazione europea avviato sulle rovine della seconda guerra mondiale ha presso le mosse proprio dalla costruzione di un mercato comune...

Ma è almeno altrettanto certo che la Verità non sta al mercato, soprattutto la Verità cristiana. Anzi, è proprio al mercato, e significativamente, che Nietzsche annuncia la morte di Dio... e con essa quella della Verità una.

Con questo giungo a spendere alcune parole anche sulla Chiesa cattolica, in riferimento alla questione birmana e a quella tibetana.

Ho ragione di ritenere che ad orientare i comportamenti del Vaticano siano state le preoccupazioni sui delicati rapporti con la Cina. Penso in particolare alle aperture che si stanno registrando nei confronti del mondo cattolico in parallelo ai processi economici e politici di integrazione del colosso asiatico nella comunità internazionale - una delegazione vaticana si è recata in Cina a fine novembre scorso e ha incontrato le autorità locali per discutere la controversa questione delle ordinazioni episcopali.

Credo che si tratti di processi fondamentali per una progressiva apertura alla evangelizzazione di quei popoli e per un concreto appoggio a quanti missionari, laici e clero si sono impegnati ad affrontare perfino eroicamente le difficoltà poste da decenni dal regime cinese alla penetrazione religiosa nei confronti della popolazione, tanto è vero che di recente due vescovi sono stati ordinati con l'assenso papale e alcune chiese cattoliche sono state aperte o restaurate.

Ci sono tuttavia, e lo dirò in estrema sintesi, alcune ragioni che mi inducono ad assumere una posizione critico-costruttiva e di ragionata perplessità. Il presupposto del ragionamento e degli interrogativi che intendo porre è che io sono Chiesa così come ogni altro credente, e come tale sono chiamato ad interrogarmi e nel caso in cui ritenga di ravvisare un errore anche a proporre una correzione fraterna.

In tale direzione, ritengo che il Cristo che si è manifestato agli uomini, e che li ha amati sino alla croce, non è figlio di un Dio di mediazioni e non chiama i cristiani ad esserlo. Chi ama Cristo è chiamato a scegliere la croce per dargli testimonianza, per testimoniare che Egli è la Via, la Verità, la Vita...

La tutela dell'innocente richiama chiaramente la testimonianza di Cristo per il Padre in nome dell'umanità da redimere. Essa è imposta ai cristiani, i quali solo così possono evitare di rinnovare ogni giorno il gesto della crocifissione di Colui che non ha violato alcuna norma morale e giuridica, di una giuridicità positiva che è legittimata dal suo radicarsi in una autentica antropologia, di Colui che non ha violato alcuno dei Comandamenti.

Anche la Chiesa, e leggo in tale prospettiva anche tante delle cristianissime ragioni di sofferente dubbio di Simone Weil, è esposta all'umano errare e alla umana debolezza. La Sua ragione di forza più profonda è, deve essere, insieme alla fede, la consapevolezza della ontologica debolezza dei Suoi componenti, che può giungere a contrapporsi a quella del Suo sempre presente fondatore. E infatti, non è forse vero che La pietra su cui Cristo La fonda, l'apostolo Pietro che ne è posto a capo, rinnega per tre volte Cristo dopo essere stato pronto a contrastare le parole del Figlio dell'Uomo, nella disperata, inutile certezza della propria fedeltà e del proprio Amore?

La testimonianza a favore dell'innocente, a qualsiasi costo, mi pare dunque un dovere cristiano in nome dell'insegnamento evangelico. Ed è in nome di questo dovere che giungo oggi ad esprimere delle perplessità in ordine a dei comportamenti, che mi hanno sino a qui addolorato. Penso non solo alla posizione di preoccupazione sulla situazione in Myanmar che fu espressa personalmente dal Santo Padre e tuttavia con notevole ritardo ma anche alla decisione di non prevedere alcun incontro in Vaticano col Dalai Lama già in visita in Italia a Camera e Senato lo scorso dicembre, vale a dire a breve distanza dall'incontro della delegazione vaticana con le autorità cinesi che ho ricordato, alla stregua del governo italiano.

E penso alla opportunità, per un cristiano, di approvare invece le parole dello stesso Dalai Lama, critiche su chi divide il mondo in amici e nemici, a commento del veto cinese ad ogni incontro con la massima autorità spirituale buddista.

Penso, infine, ad un altra Via, quella Maestra, e alla lettera aperta indirizzata a Benedetto XVI da 138 intellettuali e leader musulmani di tutto il mondo, sia sunniti che sciiti, alla fine del Ramadan, il 13 ottobre scorso, che mi pare prosecuzione di un dialogo interreligioso tanto caparbiamente ed amorevolmente voluto da Giovanni Paolo II.

Vi si osserva che "musulmani e cristiani insieme rappresentano più della metà della popolazione mondiale" e che "il futuro del mondo dipende dalla pace tra musulmani e cristiani" giacchè "se musulmani e cristiani non sono in pace, il mondo non può essere in pace".

La lettera, colpevolmente messa ai margini da una informazione orientata da una radicale contrapposizione tra musulmani e cristiani, che ha "contaminato" anche frangie della nostra chiesa, sottolinea in modo non polemico e con numerose citazioni sia dall'Antico che dal Nuovo Testamento - lo ha rilevato il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso - tre convinzioni comuni che i leader religiosi devono invitare i fedeli a fare proprie: Dio è unico; Dio ci ama e noi dobbiamo amare questo Dio; Dio ci chiama ad amare il nostro prossimo... Mai più silenzio sugli innocenti, dunque...

Massimo Asero

13/03/2008 - Fai agli altri ciò che vorresti facessero a te...

C'è chi crede che aiutare gli altri sia una delle cose che diano maggiore gioia all'animo umano, vera strada maestra per accedere alla felicità, e chi invece sembra quasi infastidito dalla miseria altrui, che quando appare sfonda gli schermi televisivi e disturba noi e il suo tranquillo desinare in compagnia di familiari, cani e altri animali da compagnia... e che magari vorrebbe solo vedere delle belle donne o un film esilarante...

Io credo a tal proposito che la nostra umanità è anzitutto libertà e questa rechi con sè la necessità per ognuno di assumere delle decisioni, fare delle scelte, e ciascuno si regolerà come meglio crede, cioè nel modo che lo farà star meglio.

C'è però una regola fondamentale, scritta a chiare lettere nel cuore di ogni uomo e che non bisognerebbe dimenticare: fai agli altri ciò che vorresti facessero a te, se tu fossi al posto loro.

Non ho personalmente dubbi sul fatto che si stia meglio a seguire quella regola fondamentale e aiutare chi muore di fame perchè so che non vorrei morire di fame se fossi al posto loro e se lo stomaco mi si torcesse sino a lacerarsi e qualcuno gettasse tanto cibo solo perchè si è "dimenticato" di chi ne vorrebbe anche solo le briciole per non... morire, beh, non riuscirei a capire...

Certo, tutto questo sarebbe facile da comprendere e non avremmo esitazioni se la sofferenza potesse essere oggetto di comunicazione, se ciascuno potesse sentire la sofferenza altrui come sente la propria, fisicamente e moralmente: ma allora aiutare gli altri sarebbe in qualche modo una scelta obbligata e forse anche il nostro libero arbitrio ne perderebbe, in tali circostanze...

A "bocce ferme", resta il fatto, però, che non possiamo mettere a tacere la nostra intelligenza, col solo chiuedere gli occhi ed evitare di assumere ogni informazione in ordine alle crisi umanitarie del pianeta...

Se poi davvero la nostra intelligenza ci suggerisce che altri, nel nostro mondo occidentale, hanno passato sofferenze terribili per portare la nostra civiltà a questo attuale stato di opulenza, allora, probabilmente, da un lato muoviamo dal ritenere che la sofferenza di altri prima di noi abbia "servito la nostra causa" ma, dall'altro, giungiamo a sostenere che, al contrario e in evidente contraddizione, la nostra opulenza non possa o non debba, per chi sa quale pregiudizio, servire ad alleviare o porre fine alla sofferenza di altri uomini...

Se così stanno le cose, però, mi sembra che in realtà abbiamo molto più bisogno di comprensione ed amore noi di quanto loro abbiano bisogno di mangiare...

Infine, e scusate la lunghezza, fare è possibile: noi abbiamo cominciato aprendo una finestra sul mondo delle missioni in www.homoweb.it. Non chiediamo nulla, solo riceviamo informazioni direttamente dalle terre di missione e le pubblichiamo per chi abbia timore dello "sfruttamento della solidarietà", florido mercato del terzo millennio, ma non sappia resistere alle lacrime di bambini che crocifiggiamo ogni giorno con la nostra... opulenza indifferente

13/03/2008 - Ama il prossimo tuo come te stesso..conviene!...MSF pubblica il rapporto annuale sulle crisi umanitarie dimenticate dai media nel 2007

Ieri è stato pubblicato il nuovo rapporto sulle crisi umanitarie dimenticate dai media nel 2007 di Medici Senza Frontiere (MSF). Secondo quanto riportiamo dal sito web della stessa organizzazione, il rapporto contiene la “top ten” delle crisi umanitarie più ignorate nel mondo e un’analisi realizzata in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia sullo spazio dedicato alle crisi umanitarie dai principali telegiornali della televisione generalista in Italia. Le dieci crisi umanitarie identificate da MSF come le più ignorate sono: Somalia, Zimbabwe, tubercolosi, malnutrizione infantile, Sri Lanka, Repubblica Democratica del Congo, Colombia, Myanmar, Repubblica Centrafricana e Cecenia.

L’analisi delle principali edizioni (diurna e serale) dei telegiornali RAI e Mediaset mostra, innanzitutto, un calo delle notizie sulle crisi umanitarie nel corso del 2007, che passano dal 10% del totale delle notizie (dato 2006) all’8% (6426 notizie su un totale di 83200). Di queste, solo 5 sono quelle dedicate alla Repubblica Democratica del Congo, dove il conflitto continua a infuriare nell’est del paese, e nessuna alla Repubblica Centrafricana, dove la popolazione è intrappolata nella morsa degli scontri tra gruppi armati, e dove lo scorso giugno un’operatrice umanitaria di MSF è stata uccisa in un attacco.

Una tendenza già riscontrata nei precedenti rapporti è quella, da parte dei nostri media, di parlare di contesti di crisi solo laddove riconducibili a eventi e / o personaggi italiani o comunque occidentali. Emblematici in questo senso sono la crisi in Somalia, cui si fa riferimento soprattutto in occasione di vertici politici cui partecipa il governo italiano o dell’omicidio di Ilaria Alpi; la guerra in Sri Lanka di cui si parla esclusivamente in occasione del ferimento dell’ambasciatore italiano; la Colombia che entra nell’agenda dei notiziari soprattutto per il sequestro di Ingrid Betancourt, in questo paese il conflitto tra governo, gruppi guerriglieri come FARC e ELN e gruppi paramilitari ha provocato la fuga di oltre 3 milioni di persone, portando la Colombia al terzo posto tra i paesi con il più alto numero di sfollati dopo Repubblica Democratica del Congo e Sudan. Alla tubercolosi, che ogni anno provoca due milioni di vittime, e a cui nel 2006 erano state dedicate solo tre notizie, nel 2007 i TG hanno dedicato 26 notizie, di cui tuttavia ben 15 sulla vicenda di un americano affetto da una forma di tubercolosi resistente ai farmaci che viaggiava in aereo tra Stati Uniti ed Europa.

Il Darfur, dove il conflitto tra il governo del Sudan e i diversi gruppi di opposizione armata ha provocato lo sfollamento di oltre due milioni di persone dal 2004, ha visto una copertura mediatica maggiore rispetto al 2006. Le notizie, tuttavia, erano soprattutto relative a iniziative di raccolta fondi e di brevi visite di personaggi celebri del mondo dello spettacolo.

Alla malnutrizione, che ogni anno uccide 5 milioni di bambini sotto i 5 anni, sono state dedicate solo 18 notizie, la maggior parte delle quali in relazione a generici appelli del Papa conto la fame nel mondo e alla campagna “Il Cibo non Basta” di MSF per promuovere l’utilizzo degli alimenti terapeutici pronti all’uso per combattere la malnutrizione infantile. All’AIDS, che uccide due milioni di persone ogni anno, 54 notizie.
Alla malaria, che ne causa una ogni 3 secondi, solamente 3.

C'è chi, sapete l'ho letto fino ad oggi nel nostro web, si dice dispiaciuto che tanta gente stia male ma aggiunge che è impossibile alleviare le loro sofferenze perchè sono tanti. Costui (costoro, perchè ce ne sono tanti che pensano cose simili e bisogna confrontarcisi per capire se uno di noi è nella ragione e altri in errore) sostiene inoltre che "anche l'opulento (ora) occidente è dovuto passare per guerre, distruzioni, epidemie prima di comprendere che è meglio vivere in pace. Agli africani invece piace far guerra. Se stanno di m***a se la devono prendere prima con loro stessi anzichè additare gli occidentali di scarsa sensibilità".

Di fronte a simili ragionamenti, a me pare che c'è un altro modo di ragionare: si deve amare il prossimo almeno perchè, udite, udite...conviene!

Ama il prossimo tuo come te stesso, infatti, non è solo un comandamento cristiano, sapete? In realtà l'amore, pure se con la minuscola, conviene...

Anzitutto perchè il più delle volte le cose non sono come sembrano... a prima vista...e tanto per chiarire con riguardo al caso in questione:sapete quante guerre africane sono frutto di interessi occidentali?

In secondo luogo, perchè, se pensiamo di essere stati al loro posto una volta, bisognerebbe anche ricordarsi della nostra sofferenza e delle disperate richieste di aiuto, in apparenza quasi prive di dignità, che abbiamo rivolto a chi (allora) stava meglio di noi...e per grazia, qualcuno ci ha ascoltato, nel silenzio di tanti.


Infine, più per non annoiarvi che per il fatto di non trovare altre ragioni a non finire, essere stati in quell'inferno, ed averlo superato per approdare nel paradiso dell'opulenza, ammesso che sia tale, non toglie che la situazione possa cambiare, perfino capovolgersi...ama il prossimo tuo come te stesso...conviene, conviene...!!