"E' meglio che muoia un innocente piuttosto che perisca l'intera nazione" rappresenta la sintesi più efficace della strutturale contrapposizione tra politica e diritto, oltre che tra politica e religione, nella specie cristiana.
Le note parole, pronunciate dal sommo sacerdote Caifa e che sembrano volere sottolineare l'ineluttabilità della condanna di Cristo per il bene comune della Nazione, definiscono la libera scelta dell'uomo, preludio alla scelta collettiva per l'assassino Barabba, e recano in sè la responsabilità di tale scelta: condannare l'Innocente, Colui che non ha trasgredito alcuna norma o Comandamento per il superiore rilievo attribuito ad una giustizia politica fondata su un relativismo più o meno democratico.
La possibilità di informare le decisioni che riguardano il nostro agire, tanto individuale che collettivo, ad un criterio che legittima il sacrificio dell'innocente per conseguire il (presunto) interesse economico e/o politico è generalmente messa al bando dalla coscienza individuale e collettiva contemporanea, che pure ha pagato nei secoli un altissimo prezzo per giungere progressivamente ad affermare che il riconoscimento del valore fondativo, e per così dire minimo, della tutela dell'innocente è essenziale alla costruzione di qualsiasi antropologia giuridica e politica, oltre evidentemente che di ogni antropologia cristiana.
Tra il dire e il fare, tuttavia, c'è ancora una volta... la libertà dell'uomo, dono irrinunciabile per affermare la nostra irripetibile individualità pure tra tanti altri uomini come noi, eppure anche assai spesso considerata, tanto nella vita individuale come in quella politica, assai più come un peso che come un privilegio, come ricorda con impareggiabile efficacia il Dostoevskji dei Fratelli Karamazov.
E' ad ogni modo un fatto che la cosiddetta questione birmana, ieri, come quella tibetana oggi, rappresentino esemplarmente una conferma di tale disagio, tal che parrebbe essere inscritto nel codice genetico dell'uomo di riuscire a conoscere e fare ad un tempo il bene solo al prezzo di rinunciare alla propria libertà.
La insufficiente, se pur non scarsa, determinazione del mondo politico internazionale rispetto ai comportamenti posti in essere alcuni mesi or sono nel Myanmar, la ex Birmania, ad opera del regime militare e contro le manifestazioni pacifiche dei monaci buddisti, e delle centinaia di civili che li hanno seguiti, ha permesso che il veto cinese e russo alla proposta di sanzioni delle Nazioni Unite contro il regime di Rangoon privasse di ogni efficacia l'eroico manifestare dei pacifisti, presto trasformati in mere vittime della violenza repressiva dei militari, e sancisse un altro atto di misconoscimento di quel fondamento minimo necessario ad ogni antropologia che è la tutela dell'innocente.
Sul piano politico, come è noto, il tema dei diritti umani sconta una contraddizione strutturale che ne rende il riconoscimento giuridico, in formulazioni eleganti e teoricamente financo ineccepibili, un elemento meramente formale. E' quanto ha presente già K. Jaspers (L'inaffidabilità dei diritti dell'uomo, in K. Jaspers, Verità e verifica. Filosofare per la prassi, trad. it., Brescia 1986) e che oggi ribadiamo mutatis mutandis: nonostante la caduta del muro, i diritti umani valgono ancora oggi solo per quei cittadini il cui Stato abbia preso l'impegno di rispettarli; ovvero quasi un gioco di parole per fare uscire dalla finestra ciò che era entrato dalla porta: non si tratta di diritti umani ma solo di diritti umani di certi (dei) cittadini, appunto quelli il cui Stato li ha riconosciuti.
I diritti sono "umani", in altre parole, finchè non si tratti di farli valere contro lo Stato. In tale ultimo e malaugurato caso, i diritti possono ritrovare, per così dire, la loro smarrita "umanità" solo se lo Stato che non voglia riconoscerli non abbia legami tali da "guadagnarsi" un veto in sede ONU e quindi debba preoccuparsi della adozione di decisioni sanzionatorie o tanto peggio correre il rischio o la minaccia di azioni decise o legittimate in seno alla organizzazione mondiale delle nazioni.
Il caso del Myanmar è ancora emblematico: c'è qualcuno che possa revocare in dubbio il fatto che la ragione del veto cinese e russo contro le sanzioni fosse esclusivamente di origine economica e si sostanziasse negli stretti rapporti di quei paesi con il regimedi Rangoon?
A distanza di alcuni mesi, è di questi giorni l'avvio di una serie di manifestazioni a sostegno della causa autonomista in Tibet, regione che da decenni è sottoposta al controllo militare cinese, con grande sofferenza della popolazione locale e dei monaci buddisti - il cui capo spirituale è da lungo tempo costretto all'esilio. La comunità internazionale si trova così a dover prendere posizione di fronte a un nuovo episodio di repressione da parte delle autorità cinesi proprio quando le ragioni della politica e della economia avevano indotto, alcuni giorni addietro, il Presidente degli gli Stati Uniti G. Bush a togliere la Cina dalla lista dei dieci paesi che più compiono violazioni dei diritti umani...
Sarà stato anche questo frutto di amore per la verità o solo di realismo politico e della considerazione che la Cina è un partner commerciale indispensabile all'economia americana impantanata nelle sabbie mobili della recessione? E quale peso avrà su questa vicenda, con l'ultimatum dato ai manifestanti di arrendersi entro lunedì prossimo, il fatto che tra pochi mesi proprio in Cina si svolgeranno i giochi olimpici?
Certo è che il realismo politico americano come anche europeo, quello "a la Caifa" per intenderci, non può fare a meno di considerare che il crescente coinvolgimento del colosso asiatico nei rapporti commerciali internazionali e nei meccanismi del libero mercato reca con sè i germi del progressivo riconoscimento dei diritti... - in fondo anche il processo di unificazione europea avviato sulle rovine della seconda guerra mondiale ha presso le mosse proprio dalla costruzione di un mercato comune...
Ma è almeno altrettanto certo che la Verità non sta al mercato, soprattutto la Verità cristiana. Anzi, è proprio al mercato, e significativamente, che Nietzsche annuncia la morte di Dio... e con essa quella della Verità una.
Con questo giungo a spendere alcune parole anche sulla Chiesa cattolica, in riferimento alla questione birmana e a quella tibetana.
Ho ragione di ritenere che ad orientare i comportamenti del Vaticano siano state le preoccupazioni sui delicati rapporti con la Cina. Penso in particolare alle aperture che si stanno registrando nei confronti del mondo cattolico in parallelo ai processi economici e politici di integrazione del colosso asiatico nella comunità internazionale - una delegazione vaticana si è recata in Cina a fine novembre scorso e ha incontrato le autorità locali per discutere la controversa questione delle ordinazioni episcopali.
Credo che si tratti di processi fondamentali per una progressiva apertura alla evangelizzazione di quei popoli e per un concreto appoggio a quanti missionari, laici e clero si sono impegnati ad affrontare perfino eroicamente le difficoltà poste da decenni dal regime cinese alla penetrazione religiosa nei confronti della popolazione, tanto è vero che di recente due vescovi sono stati ordinati con l'assenso papale e alcune chiese cattoliche sono state aperte o restaurate.
Ci sono tuttavia, e lo dirò in estrema sintesi, alcune ragioni che mi inducono ad assumere una posizione critico-costruttiva e di ragionata perplessità. Il presupposto del ragionamento e degli interrogativi che intendo porre è che io sono Chiesa così come ogni altro credente, e come tale sono chiamato ad interrogarmi e nel caso in cui ritenga di ravvisare un errore anche a proporre una correzione fraterna.
In tale direzione, ritengo che il Cristo che si è manifestato agli uomini, e che li ha amati sino alla croce, non è figlio di un Dio di mediazioni e non chiama i cristiani ad esserlo. Chi ama Cristo è chiamato a scegliere la croce per dargli testimonianza, per testimoniare che Egli è la Via, la Verità, la Vita...
La tutela dell'innocente richiama chiaramente la testimonianza di Cristo per il Padre in nome dell'umanità da redimere. Essa è imposta ai cristiani, i quali solo così possono evitare di rinnovare ogni giorno il gesto della crocifissione di Colui che non ha violato alcuna norma morale e giuridica, di una giuridicità positiva che è legittimata dal suo radicarsi in una autentica antropologia, di Colui che non ha violato alcuno dei Comandamenti.
Anche la Chiesa, e leggo in tale prospettiva anche tante delle cristianissime ragioni di sofferente dubbio di Simone Weil, è esposta all'umano errare e alla umana debolezza. La Sua ragione di forza più profonda è, deve essere, insieme alla fede, la consapevolezza della ontologica debolezza dei Suoi componenti, che può giungere a contrapporsi a quella del Suo sempre presente fondatore. E infatti, non è forse vero che La pietra su cui Cristo La fonda, l'apostolo Pietro che ne è posto a capo, rinnega per tre volte Cristo dopo essere stato pronto a contrastare le parole del Figlio dell'Uomo, nella disperata, inutile certezza della propria fedeltà e del proprio Amore?
La testimonianza a favore dell'innocente, a qualsiasi costo, mi pare dunque un dovere cristiano in nome dell'insegnamento evangelico. Ed è in nome di questo dovere che giungo oggi ad esprimere delle perplessità in ordine a dei comportamenti, che mi hanno sino a qui addolorato. Penso non solo alla posizione di preoccupazione sulla situazione in Myanmar che fu espressa personalmente dal Santo Padre e tuttavia con notevole ritardo ma anche alla decisione di non prevedere alcun incontro in Vaticano col Dalai Lama già in visita in Italia a Camera e Senato lo scorso dicembre, vale a dire a breve distanza dall'incontro della delegazione vaticana con le autorità cinesi che ho ricordato, alla stregua del governo italiano.
E penso alla opportunità, per un cristiano, di approvare invece le parole dello stesso Dalai Lama, critiche su chi divide il mondo in amici e nemici, a commento del veto cinese ad ogni incontro con la massima autorità spirituale buddista.
Penso, infine, ad un altra Via, quella Maestra, e alla lettera aperta indirizzata a Benedetto XVI da 138 intellettuali e leader musulmani di tutto il mondo, sia sunniti che sciiti, alla fine del Ramadan, il 13 ottobre scorso, che mi pare prosecuzione di un dialogo interreligioso tanto caparbiamente ed amorevolmente voluto da Giovanni Paolo II.
Vi si osserva che "musulmani e cristiani insieme rappresentano più della metà della popolazione mondiale" e che "il futuro del mondo dipende dalla pace tra musulmani e cristiani" giacchè "se musulmani e cristiani non sono in pace, il mondo non può essere in pace".
La lettera, colpevolmente messa ai margini da una informazione orientata da una radicale contrapposizione tra musulmani e cristiani, che ha "contaminato" anche frangie della nostra chiesa, sottolinea in modo non polemico e con numerose citazioni sia dall'Antico che dal Nuovo Testamento - lo ha rilevato il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso - tre convinzioni comuni che i leader religiosi devono invitare i fedeli a fare proprie: Dio è unico; Dio ci ama e noi dobbiamo amare questo Dio; Dio ci chiama ad amare il nostro prossimo... Mai più silenzio sugli innocenti, dunque...
Massimo Asero