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Paolo Vescovo

E dove c’è un Pietro capita spesso che si trovi anche un Paolo…

Eccomi qua! Sono nato il 23 Luglio 1978 a Latina, da papà 100% siciliano e mammà 50% calabrese e 50% (all’opposto) istriana, insomma origini da italiano estremista!

Seguono considerazioni su di me che spero diano spunti a chi ha “attraccato” qui durante la propria “navigazione”.

All’età di sette anni, un giorno di sole, mia madre mi porta con sé presso la scuola dove insegnava ed incappo nelle grinfie di un mio simile ma molto meno “peace and love” di me, il quale mi cinge il collo col suo braccetto ossuto e stringe, stringe… finché non esce mia madre, strattona il bimbo killer, mi rianima un po’ per poi assestarmi quattro sculacciate al grido di: “E ti fai pure fregare!!!”. Risultato: prendo a frequentare la scuola di karate Shotokan “Tora” di Latina, per ben otto anni, fino alla mitica cintura nera primo dan.

A quel punto, impavido, mi faccio metter sotto da ben altro: lo studio del Liceo; così mollo il karate e comincio un periodo che adesso non so descrivere con altri termini se non “grigio”… Non ricordo di aver fatto nulla di interessante… non una passione.. peccato davvero.

Ma alcune perle ci sono e la prima che mi viene in mente è l’amicizia con Diego Santoro, Claudio Galeota, Linda Siddera, Michele Corbo ed Angelo Tarantino: un’amicizia che ha regge fino ad oggi, perché i fisiologici diverbi che esistono in qualsiasi relazione non hanno scalfito il mio legame con ciascuno di loro… e spero che un giorno anche loro tornino a riconoscersi l’un l’altro, in totale sincerità.

Costantino e Gabriella, i miei genitori, mi crescono insegnandomi a stare bene anzitutto con me stesso, a portare a termine un percorso iniziato, a “stare coi piedi per terra” (anche se secondo me a volte dall’alto si vede di più e meglio!) ed a considerare la città come una stanza in più della casa, della mia casa… un punto di vista che consiglio…

A diciassette anni, mentre muovo i primi passi per scegliere il mio futuro all’Università, un giorno a pranzo dico a mio padre: “Papà la tecnologia è così sviluppata… perché la società civile non lo è? Io vorrei fare qualcosa per avvicinarle…”; quindi, fermatolo mentre scuoteva il capo perplesso, senza un minimo di coerenza scelgo Fisica, a Roma, Università La Sapienza; ricordo di aver detto a me stesso: “Non mi va proprio di passare davanti a Fisica tra dieci anni e chiedermi come sarebbe stato se l’avessi presa..”. Con la sola fascinazione per la figura del topo di biblioteca comincio… ed invece avrei dovuto avere oltre che la curiosità di vedere la natura al di là di quel che appare e, soprattutto, voler in qualche modo giocare con lei proprio là, dentro se stessa: la curiosità in generale ce l’avevo ma forse per altro.

Il mio primo anno di Università è rappresentato da:

– il mitico autobus 714 con gente di tutte le etnie a bordo, un “melting pot” itinerante

– Roma all’alba coi bar, i forni e le edicole i soli negozi aperti,

– le lezioni intense all’Università,

– i compagni di corso geniali,

– qualche crisi da stress e

– i primi risultati discreti.

In qualche modo mi sto aprendo al mondo e tuttavia non metto mai in discussione la scelta di Fisica, neanche tra me e me… Dovrei? Sì ma non ci potrei, non sono maturo abbastanza.

Completo il capitolo “esami” in cinque anni e poi viene la tesi: niente laboratorio perché “mi prendono” di più la matematica ed il calcolatore; scelgo una tesi computazionale, “Diffusione di vacanze reticolari con la Dinamica Molecolare”… Ci misi parecchio, quasi sedici mesi… Il rapporto col relatore, travagliato anche per colpa mia, mi fa crollare tutto tranne l’affinità con la macchina calcolatrice, affinità che mi porta a resistere fino a chiudere al meglio di quello che la media degli esami mi permette: manca la lode ma la soddisfazione è immensa davvero, anche per aver lavorato vicino ad Andrea Ricci e per un po’ anche con Andrea Giansanti, Silvia Gaudenzi e Stefano Lupi, che ringrazio ancora.

La curiosità o forse passione nascente per la scuola di specializzazione in Fisica Sanitaria è stroncata anch’essa dallo stato d’animo con cui ho vissuto il periodo della tesi e comunque mi sa che è stato meglio così perché allora avrei scelto l’indirizzo per me sbagliato.

“Voglio lavorare!” mi dico senza tentennamenti e se non fosse per Mister Mau, Maurizio Curti, rimarrei appeso ai quasi cento curricula che ho spedito nell’Agosto del 2002 ad altrettante aziende, delle quali soltanto sei, rispondendomi, mostrano di conoscere il rispetto per un neolaureato; il fatto che tutte le risposte sono uguali tra è un dettaglio: “Gent.mo Dottore, la ringraziamo per l’attenzione da Lei mostrata verso la nostra Azienda e, nel confermarle che i suoi dati saranno al più presto inseriti nel nostro archivio, Le porgiamo cordiali saluti.”. Più tardi leggerò su un quotidiano che solo il due o tre per cento delle assunzioni in Italia avviene tramite curricula inviati a mezzo posta (cartacea o elettronica)…

A questo punto della mia vita conosco “ Libera – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie” di Don Luigi Ciotti e Rita Borsellino. La conosco tramite Davide Pati, fraterno coinquilino leccese dell’Ostello Marello al rione Monti a Roma.

La legalità, il prendere posizione, “Tu da che parte stai?”, le vittime delle mafie, dell’omertà, del servilismo all’uomo di pseudo-onore di turno. Solo adesso compio il mitico salto dal blando interesse a tenermi aggiornato su cosa accade in Italia alla curiosità “di pancia” verso i quotidiani locali: i rifiuti, l’acqua, il cemento, le coste, il lavoro… il lavoro che non c’è ed i soldi che percepisci girare a fiotti in città… Libera a Latina l’ha portata Antonio Turri: Antonio mi insegna a leggere il quotidiano tra le righe, a considerare le dichiarazioni sui giornali anche come messaggi ben precisi di alcuni personaggi della vita pubblica rivolti a loro simili; mi mostra come si costruisce dal nulla un gruppo di persone attorno ad un idem sentire, per poi animarlo, metterlo in moto e condurlo a risultati tanto tangibili quanto il giornale on-line “ I cittadini“.

Sempre al mitico ostello Marello conosco il qui presente Massimo Asero: un giorno dopo tante cene semifrugali in refettorio, scrive un articolo sulla rivista “Joseph” degli Oblati San Giuseppe: è di una tale complessità che è palese quanto sia oltre tutti noi ed oltre anche quasi tutti loro gli Oblati… Credetemi: tra un po’ si giocherà una mano di Filosofia direttamente con Benedetto XVI…

Mitico Max… Di lui mi colpisce quanto riesca a rendere la sua (diciamo per semplificare) cultura tanto spinta nell’astratto quanto tangibile, concreta e sempre più strutturata nelle raccolte fondi per i più bisognosi e meno ascoltati del mondo… senza che forse neanche lui stesso si renda conto di quali strumenti si sia costruito finora, forse perché troppo preso a pensare a concretizzare quelli che ora ha solo nella testa… Complimenti davvero Max…

A lavoro, per un anno programmo interfacce utente-linea di produzione e poi passo ad occuparmi di simulazioni col “metodo degli elementi finiti” di processi di laminazione di acciaio, a freddo e a caldo, alcuni dei processi tradizionali dell’industria siderurgica.

Qui tre persone su tutte plasmano la mia esperienza lavorativa. In principio è Roberto, il quale mi fa intravedere come si pianifica un codice di calcolo, completo di commenti realmente descrittivi! con la calma solerte necessaria a prevedere molte delle eventualità della fase di esecuzione! Ed ancora lui mi allerta sulle implicazioni dell’esistenza di una struttura gerarchica in un luogo di lavoro e su cosa succede se nel manifestare le proprie istanze e rimostranze non si rispetta la sequenza dei livelli, dal più prossimo a te al più alto.

Filippo, dal canto suo, mi fa toccare con mano i tanti passi in avanti che permette di fare il semplice dubitare della bontà di un dato, di un metodo, di un risultato… E continuo a non dubitare abbastanza, porca miseria!

Juan, infine, mi ha fa conoscere la complessità di un progetto di ricerca, l’importanza che ha nell’organizzazione del lavoro già il solo verificare di quanti giorni effettivamente lavorativi son fatte le successive otto settimane, il poco tempo che si ha a disposizione se si esclude quello speso a rimediare a malfunzionamenti delle macchine e ritardi burocratici, la necessità di fare pressing su alcuni uffici perché il tuo lavoro vada avanti spedito… in poche parole mi fa vedere come si sta in sella ad un progetto di lavoro, ma in sella bene, come dicono i tecnici “con un’inforcatura bella profonda”.

E due ragazzi ampliano le mie vedute extra-competenze di lavoro. Gianluca è il mio compagno di avventure aziendali: siamo l’uno l’opposto dell’altro ma siamo sempre là, a mensa insieme a cercare, almeno io in lui, il punto di vista che a volte mi fa capire come gira il mondo. Luca, che non è Gianluca, anche lui è un tipo tosto, l’avrei detto ma non fino a questo punto… Lui sta muovendo i suoi primi passi con gli occhiali del dirigente per capire dove nasce lo scontro col dipendente e poi provare ad aiutare il secondo a giocarsi le carte nell’interesse proprio e, non trascurabile, possibilmente anche dell’azienda: ci riuscirà? Secondo me sì perché da entrambi le parti qualcuno ha capito che è che è una risorsa per tutti… E peccato per chi finora invece non l’ha capito…

Poi incappo in Marianna…

Lei un giorno mi fa: “Paolo, per tutti un giorno suona la campanella: quel suono significa che stai lasciando scappare la tua vita senza viverla fino in fondo, senza una rotta ben precisa, senza motivazione a sufficienza. E, se senti bene, la tua campanella ha già cominciato a suonare…”.

Di lì a poco una svolta in più: quasi coi polpastrelli mi fa percepire l’importanza di dare respiro alle proprie passioni e quanto questo renda davvero più semplice far convergere lo studio, anche lo studio più astratto, su risultati che tutte le persone possono toccare con mano… Mi sa proprio che lei, in fin dei conti, mi ha appena permesso di trovare la risposta a quella domanda di quando avevo diciassette anni…

Un qualsiasi appassionato vuol semplicemente vedere la propria passione concretizzarsi in oggetti, risultati, fatti… e quindi più vuol realizzare, più sente di voler conoscere, giusto no? Ecco, questo è lo studio per me ora.

Ora vedo la scuola come la più grande possibilità di conoscere la più ampia varietà di temi possibile: tornassi indietro ascolterei me stesso meglio per capire cosa mi appassionava sul serio, magari qualcosa che con tutte quelle materie non c’entrava nulla… e prenderei tutte queste come una distesa sconfinata d’ispirazioni per la mia passione, per rileggere le materie stesse con altri occhi, con occhi miei. E se poi prendo “6” amen… anche se considero quest’ottica talmente efficace che prendere solo “6” mi sembra difficile.

Da questi spunti nasce il passo successivo. I ritmi di un’azienda italiana di oggi, anche medio-grande, si sa, sono intensi e trovare tempo per rinverdire la propria formazione accademica non è così facile… Così, a Novembre 2006, mi butto: un master in “ Calcolo Scientifico“, ancora a La Sapienza, stavolta presso il dipartimento di Matematica.

Complessivamente, quando realizzo che per alcuni anni, non giorni ma anni, ho impiegato una mentalità sbagliata e dannosa verso me stesso, spesso interpretando male o non ascoltando affatto i consigli dei miei genitori e dei miei amici, ed in più convinto di quel che stavo facendo, allora faccio l’analogo del dolorante ad un’orecchio che va dall’otorino: comincio un percorso di psicoterapia per toglier potere ad un’ansia silente ma efficace nel togliermi lucidità e passare il timone ad una calma interiore solerte e capace anzitutto di farmi distinguere in modo nitido come si comporta Paolo verso se stesso e quindi verso gli altri, per riprendere poi la rotta che porta al piacere ed alle soddisfazioni nella vita.

Ora continuo a lavorare con Filippo e Juan, Antonio, Pina, Lello Turri, Fabio De Cecca e Simona Strozzi ma con una consapevolezza, professionale per un verso e politica per l’altro, che ho cominciato a rendere organica.

Di nuovo c’è che sto gettando lo sguardo verso temi di lavoro e sviluppo economico sostenibile, sognando di contribuire a far evolvere l’azienda in cui lavoro e un po’ anche la nostra società di modo che tutti noi, “ma proprio tutti!” come dice Luigi Ciotti, possiamo vivere con decoro – grazie ad una passione che il sistema dell’istruzione pubblica riesca a concretizzare in lavoro – ed insieme poter permetterci di staccare da lavoro alle due del pomeriggio, dare conforto per un giorno intero alla famiglia di una collega deceduta, crescere i nostri o gli altrui figli anche prima delle otto di sera e poter decidere direttamente nella vita politica della comunità cittadina. Tutto questo per il solo fatto di far parte di uno Stato.

Buona navigazione a tutti!

Paolo

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