L’opinione, assai diffusa in passato, che considerava l’economia e la società come due ambiti di intervento separati ed autoreferenziali, si rivela oggi superata dalla crescente volontà delle imprese di sentirsi “soggetto sociale”.
Tale volontà si manifesta nel sempre maggiore impegno delle imprese ad andare oltre il limite del proprio mero tornaconto per produrre un risultato positivo per l’intera società.
In questa nuova ottica, la concezione dualistica di etica ed economia, come concetti posti su piani antitetici, è da considerare obsoleta e deve essere oltrepassata.
E’ ormai entrato nella cultura industriale il concetto di Responsabilità Sociale d’Impresa.
Nel luglio 2002 la Commissione Europea ha definito la CRS (Corporate Social Responsibility) come: “l’integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ambientali in tutte le operazioni commerciali, nei processi decisionali e nei rapporti tra l’azienda ed i propri interlocutori (gli stakeholder).”
Anche la Repubblica italiana ha inserito il principio della CRS nella propria legge fondamentale e l’art. 41 della Costituzione recita: “l’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.
A livello di elaborazione teorica, è la dottrina sociale della Chiesa ad aver indicato la strada da percorrere. Dalla enciclica Rerum Novarum del 1891, la Chiesa arriva, nel 1991, alla pubblicazione dell’enciclica Centesimus Annus, in un passo della quale Giovanni Paolo II afferma: “il valore sociale per un’impresa non può essere ridotto ai soli temi del profitto e del benessere…, ma deve spingersi fino a riconoscere la centralità della persona, il vero criterio di ogni razionalità economica o politica… L’integrale sviluppo della persona umana non contraddice, ma piuttosto favorisce, la maggiore produttività ed efficacia del lavoro… L’azienda stessa è una comunità di persone”.
In base al principio di sussidiarietà e della collaborazione fra i soggetti sociali nell’attuazione della CSR, promosso dalla Commissione Europea, tutti i soggetti: gli Stati, le parti sociali, le imprese, le associazioni dei consumatori, aziende e comunità sono chiamate a collaborare ed a costruire sinergie verso un comune fine ultimo sociale.
Obiettivo finale sarà la realizzazione di progetti di integrazione dei soggetti svantaggiati nel mondo del lavoro; la costruzione di infrastrutture comunitarie; il miglioramento dei servizi educativi e sanitari; il dialogo con le istituzioni e tutte quelle attività che possano contribuire a migliorare le condizioni di vita di tutti i soggetti presenti sul territorio.
La sfida di oggi per le imprese impegnate nel sociale è quella di trasformare le minacce in opportunità, offrendo formazione, integrazione lavorativa, qualificazione dei servizi in continuo dialogo con le istituzioni e gli enti che già operano nel sociale.
Ma l’obiettivo non è chiuso sul presente e, in questo intento solidale, si inserisce anche l’idea che il progresso debba muoversi all’interno di un progetto di sviluppo sostenibile, inteso quale: “sviluppo che non comprometta quello delle generazioni future”.
A partire dagli anni ’90, si assiste in tutto il mondo alla proliferazione di iniziative sociali, di portata internazionale, sostenute dalle imprese.
Ma da dove nasce questa nuova volontà di partecipazione delle imprese nella risoluzione delle problematiche sociali?
Naturalmente, non c’è solo una presa di coscienza sociale filantropica da parte degli operatori economici, da sempre abituati a ragionare in termini di logica del profitto. Anche se a volte, non bisogna dimenticare, le iniziative sociali sono promosse dalle industrie per mera filantropia.
La realtà è che il benessere stesso delle imprese, che vivono e si muovono e agiscono all’interno di un contesto territoriale – economico – sociale, dipende dalla stabilità e dalla prosperità delle comunità che le accolgono. Pertanto l’economia è chiamata, anche per proprio beneficio, a ridefinirsi in relazione al contesto antropologico e socio-ambientale in cui opera e da cui riceve vincoli ed opportunità.
Emblematica è l’affermazione di Ben Cohen (fondatore della Ben & Gerry – famosa casa produttrice di gelati del Vermont): “Il mondo degli affari tende a sfruttare le comunità ed i loro lavoratori. Questa non è la via che io intendo seguire. Credo che debba essere l’opposto, che le imprese abbiano una responsabilità verso le comunità che le ospitano e le permettono di prosperare: proprio per questo l’impresa deve dare qualcosa in cambio. E quando un’impresa sostiene la comunità, la comunità, a sua volta, sostiene l’impresa.”
Naturalmente anche le tecniche più raffinate di marketing suggeriscono, oggi, un nuovo approccio delle imprese con la realtà circostante. Ciò perché l’impresa potrà ottenere un prodotto di qualità più elevata ed una maggiore produttività migliorando le condizioni di lavoro dei propri dipendenti.
In termini di immagine, poi, l’impresa impegnata nel sociale sarà maggiormente apprezzata dai consumatori sensibili.
Oggi sono sempre di più le imprese (soprattutto multinazionali, ma non solo) che realizzano seri ed importanti progetti volti alla tutela ambientale, all’organizzazione di aiuti materiali per i popoli del mondo colpiti da calamità, guerre, disastri, o poveri, emarginati e molto altro ancora, sia a livello globale che a livello territoriale.
Ma, man mano che la sensibilità sociale attecchisce e cresce, e non solo in termini di risvolto di immagine per l’azienda, ma proprio come “missione” di cittadini della comunità e del mondo, le imprese sono sempre più disposte a fare passi avanti e ad assumersi responsabilità in un campo, come quello sociale, che non può più essere considerato un ambito separato e totalmente distinto dall’ambito economico. Ed allora le imprese sono sempre più disposte a intervenire in ambito sociale anche in forma aggregata, forse un po’ più “impersonale”, ma sicuramente più incisiva per la realizzazione di progetti sociali di più ampia dimensione.
E’ il caso di Sodalitas – Associazione per lo sviluppo dell’imprenditoria nel sociale, promossa da Assolombarda nel 1995 e da quattordici delle sue aziende socie, con l’obiettivo di “aiutare chi aiuta, creando un ponte tra il mondo dell’impresa e il non profit”.
E’ il caso di Confindustria Catania, la cui dirigenza ha inserito nel programma un forte impegno sociale, istituendo, per la prima volta nella sua storia, la figura del Consigliere Delegato al Sociale, al quale spettano compiti di coordinamento, proposizione ed attuazione di progetti sociali da realizzare sul territorio della Provincia.
Sempre sotto la sponsorizzazione di Confindustria Catania sarà costituita, pertanto, a brevissimo, una “Fondazione sociale” che raccoglierà le offerte di quanti volessero (operatori economici, enti, istituzioni, privati…) contribuire alla realizzazione dei progetti sociali anzidetti.
Un ruolo innovativo, ambizioso e coraggioso di Confindustria Catania, che si pone come giusto tramite tra le imprese associate e la comunità ospitante.
Perché, se è vero che l’azienda stessa è una comunità di persone, è pur vero che le persone che fanno parte dell’azienda (amministratori compresi) vivono ed operano nella comunità che li ospita ed in cui spesso sono nati e, vista così, sembra più facile capire perché anche gli operatori economici tengano davvero alla propria comunità, e ciò al di là di qualsiasi possibile calcolo di convenienza economica.

Avv. Barbara Corsaro Boccadifuoco

Consigliere Delegato al Sociale – Confindustria Catania
(Cfr. A. Beda – R. Bodo – La Responsabilità Sociale d’Impresa. Strumenti e strategie per uno sviluppo sostenibile dell’economia – Il Sole 24 Ore S.p.a. 2004)

 

 

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