CAPITOLO SESTO di Nunzio Platania

dove si va a scuola di mare e di vento

 

Adesso non pioveva più.
Ma si mise forte il vento.
Fin dalla prima partenza il mio apprendistato velico era stato fatto soprattutto di lezioni di vita con qualche ora di lezioni propedeutiche circa la pericolosità del mare, ma il professore vento non era ancora entrato in aula.
E quando fece la sua prima comparsa era paludato severamente.
Ero arrivato a Pozzallo e davanti a me stava il mio mitico Capo Horn, cioè Capo Passero, l’estrema punta meridionale della Sicilia.
Conoscevo la zona; sull’isolotto antistante il capo avevo fatto memorabili campeggi, con memorabili pescate subacquee in tempi favolosi, quando le cernie e i saraghi e le murene erano cosi abbondanti che ne potevi scegliere della taglia giusta.
Arrivarci cominciava a significare essere già a casa.

Già fuori dal porto di Pozzallo capì che non era un giorno come i precedenti : il vento era teso e anche di prua; ebbi la tentazione di rientrare, ma la fretta, come si sa, è cattiva consigliera , per cui…randa e Ducati Cucciolo.
Dovevo bordeggiare per far portare la vela, ma, nonostante l’onda fastidiosa che rallentava notevolmente, dopo un paio di ore arrivai nei pressi dell’Isola delle correnti.
Lì la costa girava e anche il vento girava e così girai improvvisamente anch’io, nel sensoche una violenta quanto improvvisa strambata mi annunciò che il vento adesso era esattamente di poppa.
Non avevo mai avuto il vento in poppa con quella intensità che aumentava sempre più;
La randa prevedeva una mano di terzaroli che però non avevo mai usato e quindi avevo soltanto una pallida idea di come si dovesse procedere.
Capivo che mi dovevo mettere con la prua al vento, ma non ci riuscivo : ogni volta che lasciavo il timone per andare alla drizza che stava all’albero, la barca veniva investita in pieno dalle raffiche e si abbatteva pericolosamente.
Lottai furiosamente andando su e giù dall’albero al timone e riusci a ridurre di drizza, ma l’operazione per tesare la nuova bugna non mi riusciva perchè il boma stava tutto fuoribordo,quindi ad un certo punto rinunciai a ridurre la vela e nonostante l’attrito sulle sartie riuscì ad ammainarla tutta .
C’erano ancora circa due miglia per l’imbocco del porto, il quale era completamente aperto a qual ventaccio, sicchè motore e vento in poppa che agiva sullo specchio, cumulandosi mi fecero letteralmente volare verso l’entrata.
Mi resi conto, quando c’ero già quasi, che anche spegnendo il motore filavo che era una bellezza.
Mi esaltava quel fenomeno : barca a vela che fila col vento senza vela.
Ma l’esaltazione finì bruscamente quando, ormai quasi dentro, si pose l’arduo e novello problema di arrestare quella corsa strabiliante.
Dovete sapere che il porto di Porto Palo ospita una delle flotte da pesca più importante della Sicilia. I pescherecci , di tutte le dimensioni, sono ormeggiati prevalentemente su corpi morti disseminati a tappeto su tutto il bacino portuale. Visti dall’imboccatura sembravano una muraglia compatta e invalicabile.
Filavo almeno a quattro nodi e il vento di poppa riusciva a far fischiare le sartie.
Impressionante. Appena sono dentro comincio lo slalom sulla prima fila di pescherecci, superata la quale, ritenendo di essere già più riparato dal vento, afferro concitatamente il mio ancorotto a ombrello che, scaraventato in acqua, agguanta certamente uno dei tanti cavi stesi sul fondo tra i corpi morti e la cima comincia a filarmi tra le mani ad una velocità  pazzesca. Tento di trattenere, ma la forza è bestiale, mi abbrustolisco le dita fino all’ultimo
centimetro di cavo che, ovviamente, non è fissato a niente e voilà…in meno di 5 secondi ho perso l’unico oggetto che poteva fermare quella corsa a ostacoli.
– Mi sfracellerò sul molo! – ricordo che lo pensai con una evidenza matematica.
Non so più cosa fare; guardo disperato le facce dei pescatori i quali mi vedono frecciare dai loro pescherecci, che riesco a scansare sempre per un pelo, timonando disordinatamente.
Ad un certo punto, quando addirittura pensavo che mi sarei tuffato qualche metro prima dell’impatto finale, da dietro una delle ultime file di barconi, spunta una minuscolissima  barca con un tizio sopra che rema furiosamente contro vento.
Mentre si avvicina noto che stringe tra i denti qualcosa.
Era piccolino, felino, tutto muscoli, tesi per lo sforzo mentre rema tagliandomi la strada.
Non capisco cosa vuole fare, a parte offrirsi come sbarramento umano alla folle corsa, poi afferro mentalmente, ma soprattutto afferro febbrilmente con le mani la cima che l’eroe aveva in bocca e che ,con una velocità impressionante era riuscito a porgermi, mentre si aggrappava con dita di ferro alla mia fuggitiva.
Stavolta la tengo saldamente, e puntando i piedi contro la parete interna del pozzetto, praticamente in orizzontale, mi trovo, dopo un colpo di frusta da spezzarmi le braccia, attaccato alla poppa del peschereccio da dietro cui era spuntato il mio salvatore.

Cos’era accaduto me lo raccontarono qualche ora dopo davanti una birra ristoratrice.
Appena avevo oltrepassato il primo schieramento di pescherecci, uno di loro aveva capito il mio guaio e vedendomi perdere anche l’ancora si era attaccato alla radio e aveva chiamato il mio salvatore, che lestamente aveva provveduto a quella mirabolante accoglienza.
Il tutto era accaduto nell’arco di un paio di minuti.
Favolosa velocità di reazione mentale di gente che col mare ci lavora.
Sempre con la birra davanti mi annunciarono che il ponente sarebbe durato sette giorni.
– Proprio sette ?
– Sette!
Non potevo dubitare della sapienza di quella gente, dopo quello che avevo veduto, per cui presi un pullman e me ne tornai a casa.
Al settimo giorno esatto ero di nuovo lì.
Il vento puntualmente si placò all’ora convenuta.

L’indomani feci tappa per Siracusa.
Ormai mi trovavo sulla costa orientale della Sicilia e di quella conoscevo ogni anfratto.
Ma il tempo dopo sette giornate di terso e ventoso si era messo nuovamente a brutto, costringendomi a due giorni di sosta forzata a Siracusa, dove ero arrivato senza tante apprensioni.
Stavo affiancato ai pescherecci. Stupende conoscenze di uomini generosi e prodighi di consigli. Il mare fuori era veramente agitato e i pescatori suonavano costantemente il  ritornello: “Durerà…durerà”
Al terzo giorno non ne potevo più; il mare aveva adesso il solenne respiro dell’onda lunga  dopo la burrasca e aveva assunto uno spettrale colore giallastro, ma il vento era visibilmente calato, per cui mi feci coraggio e nonostante i pescatori scuotessero la testa disapprovando, feci rotta per quella che doveva essere l’ultima tappa.
Ma il destino di Ulisse mi stava appiccicato addosso. Ero a meno di trenta miglia da Catania ma la mia promessa Itaca, mi veniva ancora negata.
Ne avevo fatte appena 5 o 6 quando Nettuno risvegliò la sua collera e mi inflisse un’altra delle sue severe punizioni.
Il vento riprese con violenza da levante, al mio traverso.
Il mare biancheggiò tutto, mi sentì veramente perso, non era possibile continuare, la barca rollava e ogni volta imbarcava acqua.
Alla mia sinistra il grande polo petrolchimico di Priolo, più avanti Augusta.
Mi diressi verso il suo porto. Adesso con un fiocchetto leggero che mi ero fatto prestare da un amico (era di un 470) e che reggeva a meraviglia, facendomi planare col vento e mare adesso di poppa.
Ogni volta che la barca cadeva nel cavo dell’onda, temevo che si spaccasse la chiglia.
All’imbocco di una delle tante entrate del porto industriale, un frangente mi fa perdere il  già precario governo e mi scaraventa ,traversandomi, dentro: praticamente di fianco.
All’interno del porto il mare era piatto, ma ciò che era impressionante era la risacca.
Vedevo le enormi petroliere alzarsi ed abbassarsi come fuscelli.
Non mi inoltrai tanto perchè avevo fretta di arrestarmi e quindi scelsi il primo spazio che mi capitò di vedere: un buco di 3 o 4 metri tra due enormi pescherecci, incurante del fatto che erano ormeggiati di prua ad un molo alto almeno quattro metri del pelo d’acqua.
Mi legai alla meglio al centro delle due fiancate con quattro cime, due per peschereccio, di prua e di poppa, ben lontano dal molo.
Di peggio non potevo scegliere.
I barconi con la risacca salivano e scendevano paurosamente e ogni volta gli strattoni alla cime erano veramente impressionanti, ne potevo lascarle di più nel timore di cozzare contro le fiancate.
Qualche volta uno scendeva mentre l’altro saliva, la mia barchetta veniva perciò strattonata in diagonale assumendo posizioni oblique e l’albero era sempre ad un pelo dal fracassarsi sulle strutture alte del peschereccio.
Ormai non potevo più muovermi; l’idea di uscire e cercare un altro posto, mi faceva rabbrividire ,al pensiero di quell’attimo senza abbrivo col motore ruotato per andare a marcia indietro.
Mi restava soltanto di che sperare che qualcuno si affacciasse dall’alto molo; ma non si vide nessuno per tutta la sera.
Mi rassegnai a passare quella che più avanti ricorderò come la notte dello “schiaccianoci”.
Spessissimo i due pescherecci si avvicinavano pericolosamente in contemporanea verso di me e, con grande stridore dei loro grossi cavi d’ormeggio, arrivavano a sfiorare le esili fiancate del mio guscio di noce.
Fu una notte di incubo, naturalmente non chiusi occhi e mi vedevo già con la barca squarciata  da quella morsa terrificante, in mare, di notte, con quegli alti moli : nessuna possibilità di salvezza.
Inoltre non avevo quasi nulla da mangiare, sicchè quando spuntò l’alba avevo sonno, fame e anche il mal di mare.
Finalmente dall’alto molo spuntò la testa di qualcuno.
In realtà non avevo una precisa richiesta da fare per cui, prima mi limitai a chiedere se per caso conoscevano i proprietari dei pescherecci sperando in un possibile aiuto da parte loro.
A bordo avevo notato c’erano delle lunghe assi di legno che appoggiati alla sommità del muraglione gli consentivano acrobaticamente di salire e passare sul molo.
Ma in condizioni normali, adesso con quel saliscendi da otto volante la cosa era impensabile.
Comunque i due marittimi interpellati non avevano nessuna idea di dove fossero i pescatori e quindi passai al secondo bisogno: sfamarmi.
I tali compresero la situazione e tornarono di lì a poco con delle pagnottelle appena sfornate.
Erano quattro. Due finirono in acqua durante i lanci, le altre le divorai in un baleno.
Pregai i tipi di avvertire qualcun altro che mi trovavo in quella situazione. Se ne andarono e io riuscì anche a dormire qualche oretta.
Nel pomeriggio sul molo si formò un gruppo di persone. Volevano aiutarmi, ma non sapevano come. Uno tornò con una lunga gaffa e con quella cercò di prendere l’asse di legno poggiata sulla prua del peschereccio, che aveva ad una delle estremità un anello fatto con una cimetta;
dopo vari tentativi riesce ad agganciarla, ma mentre tenta di sollevarla il peschereccio si da una scrollatina verso l’alto, colpisce l’asse ormai in verticale, la sgancia dalla gaffa facendola ripiombare di sghimbescio sul ponte. Impossibile ritentare la manovra adesso è fuori tiro della
gaffa. Anche l’altro tavolone del secondo peschereccio è fuori tiro.
Mi rassegno a passare lì il resto della mia vita; al mio sostentamento provvide la pubblica carità mediante lancio assiduo di pagnottelle e scatolame per quel giorno e anche il successivo.
Tentare di lanciare del denaro era da idioti, quindi…a buon rendere.
Poi comparvero i pescatori. Rimasero allibiti quando seppero che ero rimasto due giorni e due notti in quella infelice posizione, però mi annunciarono che il maltempo era in attenuazione.
Appena potei mi spostai in un posto più comodo. Telefonai ai miei i quali, non avendo più da giorni mie notizie, mi avevano dato per disperso.
E quando il mare si acquietò definitivamente ripresi la marcia.
In cinque giorni avevo percorso appena dieci miglia. Me ne restavano ancora venti per approdare all’agognata Itaca.

CONTINUA

Nunzio Platania

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