Quanti sono i pianeti? E quanti sono stati? E’ una domanda importante, dato che sempre più spesso si sente dire che “la Luna in quarta casa indica che… ma Marte in quadratura equilibra…”. Al di là dei termini tecnici (che peraltro non conosco) nelle descrizioni astrologiche è presente un certo numero di oggetti del Sistema Solare (non tutti pianeti, per inciso) che avrebbero un certo peso in base alla loro mutua posizione e a quella assunta nei confronti delle costellazioni. Per un lunghissimo periodo questi corpi celesti sono stati solo sette: Sole, Luna, Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno. Sebbene Urano fosse talvolta visibile ad occhio nudo nessuno si era sognato di identificarlo come pianeta. Quindi per lunghi secoli l’influsso degli ultimi pianeti è stato di fatto ignorato.

Nel 1781 Friedrich Wilhelm Herschel, un musicista astrofilo tedesco trasferitosi in Inghilterra, scoprì Urano casualmente, mentre era alla ricerca di stelle doppie. Secondo me, nessuna scoperta viene fatta realmente per caso: il caso mette lo scopritore in contatto con la scoperta, ma se non c’è abilità nel leggere i dettagli e utilizzarli, la scoperta non avviene. E’ proprio il caso di Urano, che era già stato osservato circa un secolo prima, nel 1690, da John Flamsteed, fondatore e primo direttore dell’Osservatorio di Greenwich. Incaricato di creare un catalogo di stelle, classificò Urano come la trentaquattresima stella della costellazione del Toro. La riosservò successivamente anche qualche decennio più tardi, senza rendersi conto che stava guardando un pianeta. E James Bradley, Astronomo Reale successore di Flamsteed, annotò l’osservazione di Urano come una stella diversa da quella osservata da Flamsteed, visto che nel frattempo il pianeta si era spostato. Ma non notò che la stella di Flamsteed non era più al suo posto, altrimenti qualche sospetto lo avrebbe avuto. Herschel, invece, notò che l’oggetto che stava guardando non era una stella, data la forma a disco assunta al telescopio: la classificò prima come cometa e poi lo riconobbe come pianeta, che chiamò Georgium Sidus, ossia stella di Giorgio, in onore di re Giorgio III, che poi gli finanzierà diverse iniziative di carattere astronomico. La comunità scientifica di allora, però, preferì il nome del dio greco Urano.

La scoperta del pianeta successivo, Nettuno, fu un esempio di ricerca scientifica. Indipendentemente tra loro, Urbain Leverrier e John Couch Adams, uno francese e l’altro inglese, compirono dei calcoli sistematici  sulla traiettoria di Urano. Già dal 1830 si erano evidenziate delle anomalie nel moto di questo pianeta e nel 1846 i dati si erano accumulati fino a consentire di predire una posizione per il pianeta sconosciuto che perturbava il moto di Urano. Mentre Adams venne snobbato da Airy, l’astronomo reale in carica a quel tempo a Greenwich,  Leverrier venne preso sul serio da Johann Gotfried Galle, astronomo a Berlino, che confrontò la posizione prevista per il nuovo pianeta con le carte stellari individuando in pochissimo tempo Nettuno.

L’ultimo pianeta ad essere scoperto, anzi, il penultimo secondo la nuova classificazione dell’Unione Astronomica Internazionale (vedremo più avanti di cosa si tratta), è stato Plutone. In questo caso la scoperta ha avuto la stessa motivazione di quella di Nettuno, ma nessun vero fondamento. Come per Urano anche Nettuno mostrava delle discrepanze nell’orbita, che si pensarono dovute ad un pianeta ancora più esterno. Stavolta ci riuscì un inglese a portare a casa il trofeo: Clyde Tombaugh, che lavorava a Cambridge, confrontando le posizioni effettive di Urano e Nettuno e quelle attese in base alla legge di gravità scoprì Plutone proprio dove doveva essere per creare le perturbazioni osservate. Peccato che per esercitare quella forza su pianeti così grandi avrebbe dovuto essere tra 5 e 10 volte più grande della Terra, mentre ha una massa solo 2 millesimi di quella terrestre. In pratica, un grosso e lontanissimo sasso. La vicenda di Plutone si arricchisce di recente, quando l’Unione Astronomica Internazionale decide di declassare Plutone a “pianeta nano”, poiché non è stato in grado di fare pulizia lungo il suo percorso.

Infatti, nella risoluzione 5A  del 24 agosto 2006 (il cui testo integrale potete trovare e visionare al link  http://www.iau.org/public_press/news/detail/iau0603/) si definiscono “pianeti” tutti gli oggetti sferoidali che orbitano attorno al Sole e che abbiano ripulito le regioni intorno alla propria orbita, ossia che abbiano gravità sufficiente perchè qualunque corpo li abbia incrociati in passato sia stato catturato. La risoluzione 5A definisce inoltre “pianeti nani” quelli che rispondono a tutte le caratteristiche di pianeta tranne l’ultima, ossia non hanno l’orbita libera da corpi minori. Questa definizione si è resa necessaria visto che altrimenti altri corpi come Cerere, definita da molto tempo il più grande degli asteroidi della cintura, o Eris, l’ultimo dei corpi minori di un certo peso, scoperto nel 2003, avrebbero dovuto essere definiti pianeti. Inoltre una definizione era necessaria, visto che niente aveva definito cosa fosse un “pianeta” prima di questa risoluzione.

Naturalmente dal 1930 al 2006 Plutone è stato definito pianeta, mentre adesso è un pianeta nano: c’è differenza in termini astrologici? Delle due, una: o non ce n’è, e allora ci chiediamo perché negli oroscopi è sempre stato incluso Plutone ma non Cerere, ad esempio, o c’è differenza e allora ci chiediamo a che titolo Plutone ha influenzato il corso degli eventi finora.

A dirimere questa contesa sarebbe d’aiuto un po’ di scienza “tradizionale”. Il caso di Nettuno ci mostra come sia possibile arguire l’esistenza di qualcosa che non si è ancora scoperto dai suoi effetti. Quindi, proviamo ad applicare il metodo scientifico anche all’astrologia e vediamo cosa succede.

Oroscopo, chi era costui?

Un oroscopo può avere diversi obiettivi. Il primo quello di stabilire le caratteristiche psicologiche e, in parte, fisiche delle persone e individuare i percorsi sociali che potranno seguire. Di seguito, ma in misura minore stando alle affermazioni degli astrologi, quello di prevedere in qualche modo il futuro di una persona attraverso delle indicazioni più o meno di massima sulle azioni da compiere per adattarsi allo schema indicato dall’oroscopo. In effetti, a dispetto di quanto affermato, il secondo scopo è quello per cui è più diffusa l’abitudine di rivolgersi all’astrologia. L’uomo ha da sempre una fifa blu del futuro (e vorrei vedere!) e avere delle indicazioni da seguire è il modo che si trova per affrontare con maggiore serenità l’incertezza tipica della vita. E’ quindi comprensibile che molti tentino di trovare questo appoggio. Ma su cosa si fonda la validità di un oroscopo?

Possiamo provare da soli a fare qualche verifica, come quella che ho fatto io quando ero un ragazzino. Mio padre era molto incuriosito dall’astrologia, sebbene abbastanza scettico da non dare peso agli oroscopi. Verso fine anno acquistava l’almanacco Barbanera, una specie di manuale di tuttologia, in cui coesistevano buoni consigli sulla coltivazione dell’orto e inutili oroscopi. Quell’anno venne attratto anche da dei libretti che, segno per segno, indicavano quotidianamente come sarebbe andata la giornata. Accanto a qualche generica indicazione vi era un simbolo a contrassegnare una giornata come positiva o negativa. Io tenni il libretto con il mio segno accanto al mio letto, e a fine giornata indicavo con un mio segno se la previsione era stata azzeccata o no. Iniziai a gennaio e verso metà aprile decisi che era arrivato il momento di verificare se valeva la pena di continuare. Contai allora il numero di previsioni azzeccate che risultò essere quasi uguale a quello degli errori. Indicando a casaccio se domani sarà una giornata sì oppure no si ha il 50% di probabilità di azzeccare la previsione, per cui se fate un numero sufficiente di tentativi le volte che indovinerete saranno quasi uguali a quelle in cui vi sarete  sbagliati. Il mio conteggio provava quindi che le previsioni avevano lo stesso valore di tirare una moneta.  Il libretto lo buttai via immediatamente.

L’obiezione che si può fare è che quei libretti erano fatti da un inesperto o, peggio, un imbroglione, e che seriamente non si possono fare previsioni per singoli giorni ma di massima per periodi o azioni importanti. Bene, guardiamo allora a qualcosa di più concreto. Le ricerche in merito si sprecano, anche se di solito ne saltano fuori alcune che hanno assunto un valore iconografico. La prima che riporto è quella effettuata da Shawn Carlson tra il 1981 e il 1983 e pubblicata su Nature nel 1985. E’ probabilmente la prima ricerca sistematica in merito, basata sul meccanismo del “doppio cieco” largamente utilizzato per le ricerche statistiche e in particolare per quelle mediche. Il doppio cieco si basa sul fatto che né l’oggetto del test né lo sperimentatore sono al corrente di chi è chi. Faccio un esempio: se voglio provare se un farmaco funziona, prendo due gruppi di ugual numero di persone e somministro il farmaco ad uno dei gruppi mentre all’altro do il placebo, una caramella della stessa forma della compressa di farmaco. Gli esaminati non sanno se hanno ricevuto il farmaco o il placebo, quindi non saranno influenzati quando gli verrà chiesto che effetto gli ha fatto. Ma poiché potrebbe essere influenzato anche lo sperimentatore, che sa a chi è stato dato cosa,  anche lui viene tenuto all’oscuro delle somministrazioni. Ecco perchè “doppio cieco”.

Per una disamina del test vi rimando all’articolo e se non riuscite a scaricarlo per motivi di copyright vi invio a questa pagina dove è riportata una sintesi dell’articolo stesso:

http://www.astrodivination.com/moa/ncgrberk.htm

E’ stato utilizzato un campione di persone a cui degli astrologi hanno, in doppio cieco, realizzato il tema di natività. A ciascuna persona sono poi stati mostrati tre diversi temi, tra cui il proprio: ciascuno doveva dare un punteggio sulla corrispondenza alle proprie caratteristiche.  In pratica, un punteggio maggiore indicava una maggiore corrispondenza al singolo tema di natività. Ciò che salta fuori dall’esame è che le corrispondenze azzeccate sono circa un terzo delle totali, compatibili quindi con una creazione casuale dei temi di natività: se cioè gli astrologi si fossero seduti a scrivere a casaccio quello che passava loro per la mente la corrispondenza sarebbe stata identica.

D’altronde anche le ricerche fatte da studenti delle superiori, come quella riportata nel link

http://lnx.didascienze.org/astrologia/pagina4.php

vanno nello stesso senso. Io quindi vi propongo di effettuare un test che potete fare tutti. Il test venne effettuato per la prima volta da Bertram Forer, uno psicologo che nel 1948 fece un test che non aveva niente a che fare con l’astrologia. Diede ai suoi allievi un profilo che specificò essere personalizzato su ognuno di loro, chiedendo che venisse assegnato un voto da 0 a 5 su quanto il profilo si adattasse a loro. Pare che il risultato medio sia stato di più di 4, cioè la maggioranza degli studenti riteneva che il profilo descrivesse molto bene ciascuno di loro. Peccato che quel dritto del professore aveva consegnato a tutti lo stesso profilo, che non era per niente personale. Ciò che Forer voleva dimostrare in questo modo è che se viene data una descrizione sommaria e molto contraddittoria di qualcuno, questi tende a riconoscervisi se chi lo descrive viene ritenuto degno di considerazione. Il testo completo del profilo di Forer lo trovate su wikipedia, io ne riporto una frase, per chiarire questo punto:

“Pur avendo alcune debolezze nel carattere, sei generalmente in grado di porvi rimedio.”

Se verificate qualunque cosa abbia a che fare con l’astrologia (oroscopi giornalieri, profili del segno, temi di natività e quant’altro) noterete che invariabilmente le frasi sono costruite come ossimori, si afferma una cosa e anche il suo contrario. Sta poi al lettore dare peso alla prima parte (riconoscete di avere qualche pecca nel vostro carattere) o alla seconda (ma riuscite a risolverla). L’effetto su cui si basa questo risultato prende il nome dallo psicologo. L’effetto Forer è appunto l’appiattimento del nostro giudizio su quello di qualcun altro che riteniamo autorevole, senza accorgerci delle magagne che cela. È lo stesso effetto che consente a trasmissioni come “Mistero” o “Voyager” di fare opinione: qualcuno che riteniamo autorevole esprime un giudizio e si tende a dargli ragione, anche per mancanza di elementi che possano confutarne le conclusioni. Un esempio lo sperimentai io stesso, in una conferenza che tenni qualche tempo fa. Feci credere a tutti che avevamo ricevuto un segnale alieno e che lo stavamo analizzando in gran segreto. In quel momento ero io lo specialista e nessuno si sentì di commentare. Naturalmente dissi subito che mi ero inventato tutto e molti confessarono di aver creduto senza problemi alle mie parole. Quindi, chiunque si trovi a informare delle persone, a scuola o in altri momenti educativi a tutti i livelli,  ha il dovere di essere onesto. Ma questo aprirebbe un capitolo che forse svilupperò in un’altra sede.

Propongo, dunque, a tutti di fare una prova analoga a quella di Forer. Provate a fare questo gioco con i vostri amici, prendendo gli oroscopi a casaccio e somministrandoli come corrispondenti al segno, o anche inventandone interamente il contenuto. La maggior parte degli interessati, se credono all’astrologia, saranno molto colpiti da come le descrizioni si attengano fedelmente a loro. Oltre a dimostrare la totale infondatezza dell’astrologia, vi divertirete un sacco.

Pietro Cassaro

FINE TERZA E ULTIMA PARTE

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Di admin

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