Il senso di questa rubrica

Polis ieri…e oggi? è un tentativo di ripartire dalla morale e dal cittadino per tornare a riflettere sull’uomo, andando contro o meglio provando a guardare oltre la crisi che ha travolto l’idea moderna di ragione e con essa la razionalità tout court.

In questa prospettiva si coglie appieno il senso del richiamo ad Aristotele, proprio di un vivace e composito dibattito nato negli anni Sessanta in Germania e recepito attivamente nella nostra cultura nell’ultimo decennio del secolo scorso, ed in particolare la strumentalità della lettura che del pensiero del filosofo greco è stata proposta, strumentalità che si esprime nei termini di una riflessione indirizzata “strategicamente” alla filosofia pratica e che evita invece la teoretica.

Concentrare la riflessione filosofica e giuridica sul cittadino costituisce dunque un tentativo di rispondere oggi all’interrogativo sul senso della politica, dell’“agire politicamente”, affermando la necessità dell’uomo di riscoprire la propria natura di zoon politikon formulata già da Aristotele e caratterizzante la concezione dell’agire nell’ambito della polis greca.
Si tratta, anzitutto, di una riflessione che ruota attorno ad un approfondimento categoriale del termine politica allo scopo di individuarne gli slittamenti semantici e le metamorfosi del concetto del politico che ad esso si accompagnano.

Nel naufragio, certamente con spettatori, a voler riprendere la celebre metafora di Blumenberg, di quel concetto in epoca moderna, una ricerca nell’ambito della storia del suo significato, per ri-portare alla luce quello autentico, conduce, inevitabilmente, per l’appunto alle sue origini: la polis e lo zoon politikon aristotelico.

Questo punto è di fondamentale importanza. Proprio partendo dalle origini infatti è dato cogliere una radicale metamorfosi del concetto del politico nei successivi significati che il termine politica è andato assumendo, contraddistinta ed è questo ciò che a noi di più interessa dalla determinazione di una frattura tra uomo e cittadino. Per meglio comprendere quanto si intende dire, basti pensare da un lato alla profonda connessione che esiste nel pensiero aristotelico tra l’uomo ed il cittadino (tanto che l’uomo viene definito “animale politico”) e dall’altro alla filosofia politica di Hobbes, nella quale l’uomo è per natura tutt’altro che un animale politico: homo homini lupus!

Un tale vero e proprio rovesciamento dell’orizzonte concettuale entro il quale si colloca il vocabolo politica si realizza nel venir meno del legame linguistico tra lo Stato, il cittadino ed i suoi affari, legame che ne aveva contraddistinto l’originaria versione greca. Il vocabolo compare nell’alto Medioevo come una parola straniera. Nella sua traduzione latina della Politica di Aristotele, il domenicano fiammingo Wilhelm von Moerbecke riporta queste parole straniere in forma latinizzata: politicus, politica, politicum. Ricorda a tale proposito Sternberger: “Non tutti i casi, certo… Il celebre zoon politikon, per esempio, qui suona animal civile.Di regola, il vocabolo di base polis ricorre soltanto in latino come civitas, il polites come civis. Per questo è vero che nelle lingue moderne abbiamo la city e i citizen, il citoyen e la cité, la città e il cittadino, ma [i loro] affari, le istituzioni e le aspirazioni, ciò che li riguarda e che essi esercitano, ciò non si chiama Zivik (la “civiltà”) come avrebbe anche potuto chiamarsi e avrebbe potuto svilupparsi, bensì Politik, Politics, politica.”

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