la città naufraga in un mare di debiti e i politici si accusano vicendevolmente…

Ma anche i cittadini hanno le loro colpe

Nei mesi scorsi la città di Catania è tornata all’attenzione di parte della stampa nazionale per lo stato di grave difficoltà economica della propria amministrazione comunale. Secondo quanto riportato in particolare in un articolo del quotidiano La Stampa, apparso il 30 luglio scorso a firma di Paolo Baroni, il debito del capoluogo etneo avrebbe superato i 700 milioni di euro. Alcuni fatti testimoniano obiettivamente il grave stato delle cose: anzitutto i dipendenti dell’ente vengono pagati con ritardo crescente e lo stesso accade ai fornitori del comune; inoltre gli stessi revisori del Comune hanno segnalato nella relazione alla Corte dei conti dello scorso anno la “tensione finanziaria” alla quale è soggetto l’ente, situazione che si alimenta di spese, cui non si riesce o non si cerca di porre argine, e debiti fuori bilancio.

A tale stato di cose, la magistratura contabile ha inteso rispondere assegnando, anche se a distanza di un anno, un termine di 90 giorni alla amministrazione cittadina per l’adozione di interventi strutturali volti ad evitare la bancarotta.

Anche gli ispettori inviati dal Ministero del tesoro nel capoluogo etneo hanno fotografato un vero e proprio stato di insolvenza nella loro relazione: 700 milioni di euro di debiti con le banche, 95 milioni di spese correnti «non soddisfatte» e 41 milioni di debiti fuori bilancio.

A fronte di questo assai preoccupante stato di cose, l’amministrazione in carica è da tempo al centro di aspre e ripetute critiche da parte dell’opposizione per gli sprechi e le regalie delle quali si sarebbe resa protagonista: il deputato Orazio Licandro del Pdci ricorda nell’articolo che si è sopra richiamato i tanti mutui accesi e assai difficili da giustificare, oltre ad una quantità abnorme di consulenze, una per tutte quella di una giovane ventiduenne, nota per essere stata Miss Eritrea, reclutata come “consulente per lo sviluppo industriale della città” per la somma di 24 mila euro. E ancora i rimborsi dell’indennità (compresi tra 300 e 1000 euro) per la “cenere lavica”, erogati a tutti i quattromila dipendenti del Comune, senza alcuna distinzione, e solo tre giorni prima delle comunali del 2005 – il processo a carico di Scapagnini ed 8 assessori su tale vicenda è in corso e le accuse vanno da abuso d’ufficio a violazione della legge elettorale.

A fronte della gravissima situazione certificata dagli ispettori del Ministero, l’amministrazione ha messo a punto un piano sostenendo tuttavia, al contempo, che la situazione «non appare assolutamente catastrofica come invece l’opposizione vorrebbe far credere»…

Il quadro si completa con la vicenda che riguarda la società “Catania Risorse”, al centro di diverse interrogazioni parlamentari, e cui la giunta catanese ha girato lo scorso Capodanno un patrimonio immobiliare pari a un controvalore di circa 65 milioni di euro “da valorizzare”, cioè a dire, in altri termini, da mettere sul mercato. E’ forse un caso che nell’attesa la società, a responsabilità limitata, presieduta dal segretario comunale Armando Giacalone e con un patrimonio di soli trentamila euro, è stata autorizzata a contrarre mutui per un valore pari a quello degli immobili ricevuti. E che proprio tale procedura ha permesso al Comune di contabilizzare appena in tempo una cospicua entrata ed evitare in tale modo il commissariamento.

«Hanno fatto tutto in pochissimo tempo – raccontano i bene informati – con le posizioni giurate addirittura fatte in un’unica giornata, neanche fosse la vendita di un tre vani»

Ma il sindaco e la giunta respingono generalmente ogni addebito, minacciando più volte querele e concludendo con un invito: “basta infangare la città”. E ancora sostenendo che non vi è “nulla di nuovo, è la situazione nota da tempo” e pertanto che parte della responsabilità va fatta ricadere sul centrosinistra, al governo della città dal 1993 al 2000.

A margine di tutto questo, i cittadini catanesi stanno dando la sensazione di metabolizzare con una certa, diffusa indifferenza questa vicenda nonostante la città sia finita sull’orlo del fallimento e ci sia pure il rischio che alla fine pagheranno… solo loro… con nuovi balzelli e inasprimento dei vecchi!

Ora, il punto è che, per quanto ciò sia ai nostri giorni assolutamente ignorato dalla politica, per quanto poi essa sia in cerca di rifarsi il look, a sinistra come a destra, poco importa a questi fini accertare se più amministrazioni, di colore diverso, abbiano contribuito tutte a tale sfascio e tantomeno, se questo dovesse essere accertato, tale circostanza libererebbe dalle rispettive responsabilità ciascuna delle amministrazioni; tuttavia i cittadini catanesi si rassegnano evidentemente ad una lettura per così dire pirandelliana della verità della politica: che è sempre plurale, vale a dire che ognuno ne ha una da contrapporre a quella altrui…

Assumendo tale prospettiva, poi, è possibile trarre la lezione che noi membri della comunità locale e nazionale, noi cittadini, siamo autorizzati a nostra volta a dis-affezzionarci una volta di più alla politica e magari ad agire anche noi allo stesso modo, nel nostro piccolo, seguendo l’esempio dei nostri rappresentanti e dei nostri amministratori…o no?

Arriviamo così al cuore del problema. Proprio Catania e i catanesi sono originariamente tra i primi figli di quella civiltà greca in cui l’azione politica ha e conserva il proprio senso in quanto costruisca, deve costruire, i presupposti per conseguire le finalità determinate dall’etica; di quella civiltà in cui si ri-conosce cioè un continuum tra individuo e comunità, singolo e collettività. E’ quel legame inscindibile che trova emblematica sintesi nella icastica definizione aristotelica per cui l’uomo è un animale politico e pertanto la sua felicità, al conseguimento della quale è orientata naturalmente la propria azione, è legata alla sua esistenza nella e per la città (polis), vale a dire al conseguimento del bene comune.

Naturalmente, in concreto, il conseguimento del bene comune ha due presupposti: anzitutto che ne venga riconosciuto il valore per ogni individuo, vale a dire che anche oggi si comprenda come non vi possa essere (perseguimento della) felicità dell’individuo senza il (perseguimento del) bene comune; e in secondo luogo che si conosca quale sia il bene comune, quali tra le opzioni di ogni singola scelta per il governo e l’amministrazione vadano in quella direzione piuttosto che allontanarsene. E’ questo, come è noto, il problema che Platone affronta nella Repubblica.

Ma, in corrispondenza, vi è il diritto-dovere dei membri della collettività di pretendere che i propri amministratori e rappresentanti perseguano il bene comune e, ove sbaglino nel perseguirlo, o tanto peggio ove non lo perseguano intenzionalmente, vengano esonerati dall’incarico e puniti per le loro colpe. Certo, il presupposto necessario è l’accertamento della verità dei fatti. Ma anche questo i cittadini devono pretendere: chi permette che il relativismo delle reciproche accuse e poi il silenzio mettano tutto…a tacere ha già perso come uomo, se ben si intende il desiderio espresso nella clausola testamentaria del grande giurista Theodor Mommsen: desiderai essere un cittadino…

E ha dimenticato, come cattolico, lo stesso insegnamento di Cristo per la Verità, via all’Altro che si percorre solo attraverso gli altri, vale a dire avendo sempre a cuore il bene di ogni prossimo, per l’appunto il bene comune.

Massimo Asero (2009)

Di admin

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