Non capita tutte le sere di assistere alla rappresentazione di un’idea. Non solo di informazioni, di notizie o di riflessioni, ma la vera rappresentazione dell’idea di libertà. E trovo singolare che l’idea di libertà diventi concreta, maneggiabile, plasmabile attraverso persone che la libertà l’hanno perduta. Per un tempo definito e ormai alle spalle per Salman Rushdie, per un tempo ancora tutto da disegnare per Roberto Saviano. “Che tempo che fa” sa essere anche un contenitore per meraviglie come questa: portare in giro un’idea, quella della libertà in specie, e farla vivere attraverso il racconto di Saviano della vicenda di Rushdie. Da non crederci: Saviano ripercorre la gestazione e la stesura dei “Versetti satanici” e infine la pronuncia della sentenza di morte, da parte di Khomeini, e mentre lo fa parla della sua, senza mai nominarsi, senza un riferimento, una postilla, un’incidentale. La storia di Rushdie è anche la sua storia, non le vicende in particolare, ma il sentimento della vicenda, l’idea di libertà negata da una condanna a morte, che lui vive tutt’ora, sotto protezione.

Salman Rushdie viene condannato a morte nel 1988 a seguito della pubblicazione del suo libro, ritenuto blasfemo dal popolo musulmano. Non sappiamo quanto popolo musulmano condannò e ancora condanna quel libro e il suo autore, ma possiamo riflettere su come la libertà di parola di un uomo, possa venire cancellata dalla mancanza di parole. Tu parli e chi vuole contraddirti non lo fa con le parole ma con un’arma.   Se non hai più parole per difendere le tue idee, allora uccidi. Ma Rushdie dopo 13 anni di “prigionia” da protezione, è libero e lo grida forte, nel modo che sa, con la parola, quella scritta che è diventato il suo modo di esistere. Scrive un libro con il quale saluta per sempre il suo pseudonimo, come fosse stata una persona viva, quella che lo ha protetto per tanti anni e che, paradossalmente, dandogli un’altra identità, gli ha consentito di tenere viva la propria.

Roberto Saviano, come Rushdie, ha avuto un solo torto: quello di narrare il racconto sbagliato. Per motivi diversi, senza dubbio, ma è proprio quella parola scritta che gli vale una condanna a morte. Sono camorristi, non estremisti islamici, poco importa. La libertà che aveva fino a poco prima di pubblicare quel libro è svanita, d’improvviso, persino più rapidamente di quanto potesse immaginare egli stesso. Ti chiamano al telefono e il tuo mondo trascolora, si sdoppia e si deforma come un quadro di Dalì. Quello che per tutti è normale, persino per i personaggi più popolari, per te diventa impossibile, addirittura pericoloso. E tutto diventa ancora più tremendo, quando la minaccia coinvolge le persone care, che tu coinvolgi senza averlo mai voluto ma inesorabilmente, e il coraggio che sei riuscito a trovare per te adesso devi scavarlo dentro di te con le mani, anche per tutti quei parenti e amici per i quali inizi a temere. Provate a pensarci, sul serio: io l’ho fatto e mi sono ritratto, impressionato.

Salman Rushdie, dopo tredici anni, è uscito da questa caverna e rivendica il suo diritto di dire “no” alle circostanze che ti condizionano la vita solo per esprimere la tua idea di libertà. Roberto Saviano, dopo più di sei anni di vita sotto scorta, non vede la luce fuori dalla caverna e possiamo immaginare quanto questo lasci smarriti. Ma lui sa, come lo sapeva Rushdie e prima ancora di loro altri scrittori, giornalisti, intellettuali, gente che ha scelto di vivere delle proprie idee, che anche se non la vede, la luce c’è lì fuori. E con forza da dentro grida la sua parola, “libertà”, che lo accompagna giorno per giorno e gli permette di continuare a credere nelle proprie idee.

Per tutti e due e per tutti coloro che vogliono, con forza, rappresentare i propri pensieri al mondo e non vogliono(e non devono) per questo rischiare la vita, noi che stiamo fuori abbiamo il dovere assoluto di continuare a esprimere le nostre idee con la stessa libertà, perché possano uscire al più presto, anche con un piccolo contributo da parte di ognuno di noi.  E ancora di più abbiamo il compito di gridare, forte,  per far sentire che ci siamo, che siamo lì fuori e che aspetteremo di vederli uscire da quella caverna, che non sono da soli in quel buio, che possono continuare a scrivere le loro idee perché sanno che fuori le porteremo noi in giro per il mondo.

Pietro Cassaro

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